Dalla rivista “Retro Future” di Linkiesta (Autunno-Inverno 2024/2025) – «La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina». Milan Kundera, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, ci metteva in guardia dal potere nefasto e terribile della nostalgia che spera sempre nel ritorno, anche quando il tempo perduto è segnato da atrocità irripetibili.
Le peggiori barbarie – guardate a posteriori, con la malinconia di chi guarda l’imbrunire che precede la notte – assumono un fascino inedito che ci attrae verso ciò che prima ci respingeva. Un classico ‘si stava meglio quando si stava peggio’ che chiama l’eterno ritorno: la potenza della nostalgia sta nel farci rimpiangere anche il passato più terribile, semplicemente perché è un tempo perduto che se ne è andato insieme agli anni fulgenti.
Sarò questa una delle strade della riflessione dell’edizione 2022 di Popsophia dedicata al tema “Il tempo ritrovato” che si svolgerà a Pesaro dall’8 al 19 luglio. Un omaggio a Marcel Proust nell’anniversario per i 100 anni dalla morte che prende un significato diverso alla luce dei venti di guerra che soffiano sull’Europa. Insieme al passato tornano anche gli spettri e i fantasmi che speravamo di aver bandito dal nostro presente.
La logica della “nostalgia della ghigliottina” muoveva anche il sentimento della Ostalgie. Un neologismo che deriva dalla crasi tra osten [est] e nostalgia, e che definisce un sentire sviluppatosi nei primi anni Novanta in Germania, dopo la caduta del muro di Berlino: la nostalgia dell’est, la nostalgia dei popoli dell’ex blocco sovietico nei confronti del proprio passato recente. La memoria condivisa della vita nella DDR era accompagnata dal fascino della nostalgia che sopravviene con la luce rossastra del tramonto.
Se ci spostiamo più a Est, l’ultimo sondaggio svolto dall’istituto demoscopico indipendente Levada Center nel 2018 aveva rilevato che oltre il 66% dei russi si rammaricava del crollo dell’URSS, una percentuale cresciuta del 12% rispetto alla rilevazione dell’anno precedente; e solo un quarto degli intervistati non si riteneva nostalgico dei tempi dell’Unione Sovietica.

La Grande Storia si intreccia con la nostra storia personale, con il legame emotivo che abbiamo con i nostri ricordi più intimi, con la temporalità biografica che costruisce famiglie e generazioni.
E ciò che avviene a livello individuale avviene anche a livello collettivo: il sentimento della nostalgia reagisce alla minaccia del cambiamento e, durante una crisi, rafforza il senso di una memoria comune.
La nostalgia costruisce le identità delle comunità e delle nazioni, le rafforza in ogni stato di transizione, le cementa attraverso la produzione di miti dell’età dell’oro da rimpiangere. La nostalgia collettiva restaura – all’interno degli eventi storici e dei cambiamenti sociali – il senso di unità che una comunità sta perdendo.
L’identità delle nazioni, quindi, non è un dato naturale, ma il prodotto di una reinvenzione continua del passato. “Comunità immaginate” le definiva il filosofo della politica Benedict Anderson spiegando l’origine e la diffusione dei nazionalismi novecenteschi.
In questa prospettiva, futuro e passato si scambiano le caratteristiche: il passato non è più immutabile, statico, inalterabile, granitico, inesorabile. Al contrario, il passato ricostruito dalla nostalgia è come il futuro: plasmabile, duttile, modificabile, adattabile e reinterpretabile. Il passato è pieno di buchi che la nostalgia si affretta a completare a posteriori con falsi miti e quelle che, più prosaicamente, chiamiamo fake news. La nostalgia della ghigliottina produce un’inversione storica e riporta in vita i cadaveri di un passato mai definitivamente superato.
La nostalgia oggi è un’arma politica indispensabile e molto efficace. La crisi economica e la crisi pandemica non potevano che accelerare questo fenomeno, già ampiamente diffuso, dal “Make America Great Again” di Donald Trump all’isolazionismo reazionario del referendum sulla Brexit. […]
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