Appunti dalla catastrofe – nona puntata

Nona puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista”. L’articolo di martedì 26 maggio

“Credo che la vita ci sembrerebbe improvvisamente deliziosa, se fossimo minacciati dalla morte come voi dite. Pensate, in effetti, quanti progetti, viaggi, amori, studi, lei – la nostra vita – tiene in stato di dissoluzione, invisibili alla nostra pigrizia che, sicura del futuro, li rimanda senza tregua. Ma se tutto questo rischia di essere per sempre impossibile, come ridiventerebbe bello! Ah! Se solo il cataclisma per questa volta non avesse luogo, non mancheremo di visitare le nuove sale del Louvre, di gettarci ai piedi della signorina X, di visitare le Indie”. 

Con queste parole Proust risponde alla domanda posta dal quotidiano francese “L’intransigeant” nell’agosto del 1922: : “Uno scienziato americano annuncia la fine del mondo, o almeno la distruzione di una così vasta parte dei continenti, e in maniera così improvvisa, da rendere certa la morte per milioni di esseri umani. Se questa divenisse certezza, quali ne sarebbero, a parte il vostro, gli effetti sull’attività degli uomini tra il momento dell’acquisizione di tale certezza e il minuto del cataclisma? Infine, quanto a voi personalmente, che cosa fareste prima dell’ultima ora?”

“Gli eroi sono stanchi” spettacolo online di Popsophia il 31 maggio

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COMUNICATO STAMPA – Domenica 31 maggio 2020 dalle ore 21.30 alle 23.00 va in onda il primo Philoshow Web di Popsophia: un appuntamento sperimentale, registrato in diretta live dal Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno per celebrare i novant’anni di una leggenda del cinema americano: Clint Eastwood. Un vero e proprio spettacolo online trasmesso in esclusiva sul nuovo portale web di Popsophia. ISCRIVITI QUI

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Appunti dalla catastrofe – ottava puntata

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Ottava puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 14 maggio – “In virtù dei poteri a me conferiti dall’articolo 47, paragrafo 7, comma 16 dell’Ordine del Consiglio dichiaro che il signor Tuttle Archibald è stato convocato dal Ministero dell’Informazione per essere interrogato e dovrà accollarsi le spese procedurali come specificato dall’Ordine del Consiglio RB/CZ/907/X”.

Irrompe – sfondando il soffitto, come in una studiata operazione antiterrorismo – una squadra armata di agenti del governo, mentre la famiglia Buttle è intenta a festeggiare tranquillamente il Natale in un modesto appartamento di periferia.

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Appunti dalla catastrofe – settima puntata

Schermata 2020-05-07 alle 07.50.09.pngLa settima puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 7 maggio – “È tarda notte. Il Segretario Generale riceve finalmente un disco – registrato rocambolescamente da terrorizzati musicisti di “Radio Mosca” – con l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23, K. 488 in La maggiore di W. A. Mozart.

Nella custodia del vinile c’è anche un biglietto: “Iosif Stalin hai tradito la nostra nazione e oppresso il suo popolo. Prego per la tua fine e chiedo al Signore di perdonarti, tiranno!”. Mentre si diffondono le sublimi note dell’Adagio mozartiano, il Compagno Stalin legge le parole irriverenti firmate da una coraggiosa ribelle e sghignazza divertito. Mentre ride, improvvisamente, si stringe il petto e si accascia a terra privo di sensi.

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Appunti dalla catastrofe – sesta puntata

Schermata 2020-04-29 alle 23.27.34.pngLa sesta puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 30 aprile – “Se può farle piacere è quello che stavo cercando, un po’ d’isolamento. Sto per partorire un romanzo, quindi cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole” risponde sicuro Jack Torrance durante il colloquio. Sta per accettare il lavoro di custode all’Overlook Hotel nei mesi invernali, quando l’albergo è deserto e irraggiungibile a causa della neve.

“Per molte persone l’isolamento e la solitudine possono rappresentare un problema” dice il direttore della struttura, stupito dalla sua tranquillità. Per correttezza, lo informa anche dei tragici fatti che hanno visto protagonista il guardiano precedente: “Durante l’inverno gli deve essere venuto un fortissimo esaurimento nervoso e ha fatto a pezzi tutta la famiglia con l’accetta”. Un attacco di “febbre del chiuso”, una sorta di “claustrofobia che viene quando ci si trova chiusi insieme per un lungo periodo di tempo”.

“Sono cose che non succedono a uno come me” ribadisce sicuro Jack. E parte senza indugio, insieme alla moglie Wendy e al piccolo Danny, per trascorrere l’inverno tra le montagne del Colorado. Lui si occuperà dell’ordinaria manutenzione dell’Overlook, sua moglie farà da mangiare, il figlio potrà scorrazzare con il suo triciclo negli enormi saloni e lungo gli infiniti corridoi dell’albergo.

“Di idee ne ho, ne ho tante. Ma nessun buona”. L’isolamento sarà provvidenziale per stimolare la sua ispirazione di scrittore. Finalmente il tempo e la tranquillità necessari per dare spazio alla creatività e completare il suo libro.

Facile riconoscere in queste righe il preambolo dei “closing days” raccontati esattamente quarant’anni fa da Shining. Lo sguardo folle di Jack (interpretato da uno straordinario Nicholson) è rimasto iconico nella storia del cinema. Il film cult girato da Stanley Kubrick nel 1980, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, lo conosciamo a memoria. Ma in questi mesi di “temporanea” reclusione domiciliare tornano alla memoria le scene di quel viaggio nel cuore di tenebra di una famiglia in isolamento.

The_Shining.jpgIntanto perché ci ricordano, se ce ne fossimo dimenticati, che l’isolamento forzato con il proprio nucleo familiare non è per tutti un idillio alla Mulino Bianco fatto di lievito madre, allenamenti online e tempo ritrovato con gli affetti. Per qualcuno, la convivenza in casa si sta trasformando in un incubo, in più di un caso in un horror destinato a sfociare nella violenza.

L’hotel-casa è apparentemente un luogo sicuro, isolato dai pericoli del mondo esterno e dotato di tutte le comodità, con le cucine rifornite di ogni bendidio e stanze finemente arredate. È proprio in quegli spazi luminosi, però, che Kubrick annida la tenebra della follia. Là dove regna la luce alberga l’oscurità.

La macchina da presa del regista – che segue a distanza ravvicinata gli spostamenti degli attori – trasmette una tensione sempre crescente: le stanze accoglienti, i saloni enormi e gli infiniti corridoi si trasformano in una prigione claustrofobica senza vie d’uscita. La discesa agli inferi avviene dal focolare domestico e il luogo della felicità è più simile alla spettrale “camera 237”.

Nelle famiglie il dramma si consuma A porte chiuse. Come nel testo teatrale di Jean-Paul Sartre, i cui personaggi sono costretti a stare insieme in una stanza che non ha finestre e non ha specchi. E finiscono per torturarsi a vicenda con domande crudeli, commenti sconvenienti e giudizi inappellabili scagliati sulla vita degli altri.  “L’enfer, c’est les autres, l’inferno sono gli altri” chiosa il filosofo francese. Rimaniamo prigionieri dei rapporti conflittuali con i nostri “congiunti”, spesso gli ultimi capaci di comprenderci.

Jack Torrance non si trasforma dal nulla in un mostro; prima di arrivare all’hotel non è un marito e un padre modello: ha problemi di alcolismo, è passivo-aggressivo con la moglie, in preda a uno scatto d’ira arriva perfino a slogare una spalla al figlio. Insomma, il prototipo di padre e marito violento, frustrato per i problemi lavorativi aggravati dalla crisi, in condizione di vicinanza forzata con i suoi familiari. Con tali premesse non è difficile prevedere le conseguenze infauste.

 Inoltre, ci insegna Shining, l’isolamento non è necessariamente foriero di ispirazione. Anzi, la chiusura dello spazio e la concomitante dilatazione del tempo non favoriscono il respiro vitale della creatività: “All work and no play makes Jack a dull boy, Solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo annoiato”.  Il tracollo in delirio psicotico accompagnato da incubi e allucinazioni è alle porte: “Sono il lupo cattivo!” dice Jack contro ogni rilettura fiabesca dell’universo familiare.

Gli interminabili silenzi ovattati dell’hotel sommerso dalla neve risvegliano incubi rimossi, fanno esplodere un’aggressività sopita. La sterilità produttiva si trasforma in rancoroso risentimento: Jack ha bisogno di individuare un responsabile della sua inattività e della sua inadeguatezza. La sua frustrazione si trasforma in rabbia contro gli unici bersagli disponibili: sua moglie e suo figlio. È la sua famiglia la causa del fallimento.

Se è vero che la violenza è una risposta all’impotenza e all’insoddisfazione, non può che risvegliarsi in una situazione di forzato isolamento. L’incapacità di misurarsi con il fallimento e con la solitudine si accentuano quando non c’è modo di allontanarsi dal nucleo familiare, specchio delle proprie mancanze.

La cosa peggiore che può capitare non è necessariamente il dolore fisico, il nostro girone dell’inferno può non prevedere la sofferenza del corpo ed essere altrettanto crudele. In questi tempi  si parla soltanto di preservare, con il nostro comportamento corretto, la salute fisica della popolazione più fragile ed esposta alle complicanze del virus. Si parla poco, invece, del nostro equilibrio psicofisico: anche la salute mentale è salute, anche la sofferenza psicologica è sofferenza.

I danni psichici affiancheranno i danni economici, anche se le pagine dei giornali oggi non hanno spazio per ricordarlo, sommersi dalle interpretazioni dell’ultimo provvedimento. Decreto dopo decreto, limitazione dopo limitazione, rischiamo di perderci nel dedalo di pazzia del nostro personale Overlook Hotel.

Sarebbe utile avere “the shining”, la luccicanza, la dote paranormale di cui è provvisto il piccolo Danny che riesce a prevedere e a prevenire il futuro. Ma la previsione e la prevenzione non sono doti che di questi tempi si sposano con l’arte politica, tutta schiacciata sulle emergenze del presente. Ma senza la “luccicanza” difficilmente usciremo dal labirinto di questi tempi oscuri.

Come fare cultura in quarantena? Mercoledì 29 aprile

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School of Humanities – Università Ca’ Foscari di Venezia

Come fare cultura in quarantena?

LEZIONE ON LINE – 29 aprile ore 14.30 – 15.30

 QUI LE ISCRIZIONI

L’emergenza Coronavirus impone al mondo della cultura – in particolare al settore che riguarda le mostre, i festival culturali e gli eventi dal vivo – un ripensamento radicale. Quali strade hanno intrapreso i protagonisti del settore, in Italia e nel mondo, in queste settimane di quarantena? Quali nuove strategie si possono mettere in campo per fronteggiare la lunga fase di transizione dei prossimi mesi? La sfida è g-local: coniugare un’accelerazione decisiva del percorso di digitalizzazione e virtualità alla promozione e alla valorizzazione delle risorse locali e delle specificità del territorio.

A cura di Lucrezia Ercoli, docente di Storia dello spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, è esperta dell’industria della cultura e degli eventi culturali. È direttrice del Festival Popsophia. Filosofia del contemporaneo che si svolge ogni anno nelle Marche e che raduna migliaia di spettatori e partecipanti.

All’interno del ciclo di lezioni “Industria culturale, informazione, narrazione. Come il Coronavirus ci sta cambiando” a cura di Gianluca Briguglia, responsabile della School of Humanities.

I posti sono limitati. Le lezioni sono totalmente gratuite e le iscrizioni avverranno in ordine di tempo. Per info scrivi a corsi.challengeschool@unive.it

Liberazione e libertà ai tempi del covid19 – intervista “Multiradio”

cropped-logo-BOTTONE-con-nome.pngIl termine Liberazione fa riferimento sia alla libertà che all’azione del liberarsi, la liberazione è un movimento, un’attività. In questo momento viviamo chiusi in casa e siamo limitati nel movimento. La libertà non è più proiettata nel futuro, ma declinata al passato. Siamo prigionieri della nostalgia. Ci manca, in questa giornata, uno sguardo oltre l’orizzonte”.

La mia intervista con Giusy Minnozzi di MULTIRADIO sul mondo post-covid19 e sui nuovi progetti di Popsophia 2020 si può ascoltare qui