LA DIRITTA VIA 8 / Le tombe degli epicurei

Les Alyscamps di Van Gogh

Ottava puntata della mia rubrica “La diritta via”, l’articolo è uscito su “Il Riformista” di giovedì 7 aprile – Varcata la soglia della città di Dite, si apre una “grande campagna”. Una pianura desolata e spettrale, “piena di duolo e di tormento”. Una terra disseminata di “sepulcri”. Un immenso cimitero, una città dei morti medievale. Stile Les Alyscamps, prototipo insuperabile della necropoli che ci portiamo dentro. 

“Tutti li lor coperchi erano sospesi”. Dai sepolcri escono “sì duri lamenti, che ben parean di miseri e d’offesi”. Sono i “sospiri dolenti” de “li eresiarche con lor seguaci, d’ogne setta”.

Nelle arche fiammeggianti giacciono gli eretici, “Tra li avelli fiamme erano sparte”. Spiriti ardenti in vita che, per contrappasso, ardono anche da morti. E non poteva essere diversamente visto che molti di loro erano stati arsi vivi nelle pubbliche piazze dalla furia dell’ortodossia religiosa. 

L’eresia è l’ombra di Banco del sapere cattolico. L’insopprimibile critica delle dottrine teologiche, che periodicamente rimette in discussione i testi sacri. Dante non parla di Catari e di Valdesi ben presenti nella Firenze del suo tempo, ma appena può esalta San Domenico (canto XII del Paradiso che “ne li sterpi eretici percosse”) e si ripara dalla temibile inquisizione domenicana.

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA 7 / Le ragioni dell’ira

Umberto Boccioni, Rissa in Galleria [particolare]

La settimana puntata della mia rubrica “La diritta via”, l’articolo è uscito su “Il Riformista” giovedì 25 marzo, in occasione delle celebrazioni del Dantedì – Tra “sudice onde” Virgilio e Dante giungono in una palude mortifera, piena di “fummo” che impedisce la vista. Ci sono “genti fangose in quel pantano”. I dannati sono nudi, immersi nella melma e con il volto corrucciato; si percuotono con le mani, con il petto, con i piedi e si sbranano a vicenda dilaniandosi le carni a forza di morsi. 

L’anime di color cui vinse l’ira”. Virgilio svela a Dante l’identità dei dannati del quinto girone dell’inferno: gli iracondi, coloro che sono stati “vinti” dall’ira, uno dei sette peccati capitali. Per contrappasso, all’inferno sono consumati dalla loro stessa ferocia, smembrati dalla loro stessa furia. 

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA/6 – Roba mia, vientene con me!

La sesta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di venerdì 12 marzo 2021 – “Pape Satàn, pape satàn, aleppe!” grida Pluto, l’antico dio che protegge la ricchezza, alla vista di Dante e Virgilio. Il primo verso del canto VII dell’Inferno risuona come un’ingiunzione demoniaca e incomprensibile. La sua traduzione rimane oscura e continua a far discutere gli interpreti. Sarà per questo che il verso nonsense dantesco – un’invocazione satanica o un’ironica preghiera – è anche il titolo all’ultimo libro di Umberto Eco. Pape satàn, aleppe! è un grido inquietante e confuso che interpreta bene lo smarrimento dell’individuo contemporaneo che abita l’attuale società liquida.  

Ma torniamo a Dante e Virgilio. Messo a tacere il “maledetto lupo” guardiano del girone, i due viaggiatori entrano nel IV cerchio infernale. D’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa”, i dannati sono impegnati a spingere dei grandi massi con la forza del petto. 

Dante descrive una sorta di danza eterna semicircolare. I peccatori sono separati in due schiere e si muovono in cerchio in direzioni opposte. Si incontrano a metà strada, si girano, e ricominciano a spingere il masso dall’altra parte. Così come “sovra Cariddi”, al centro dello stretto di Messina, si scontrano le onde di due mari, così i due gruppi di peccatori si infrangono, condannati a un ritmo sempiterno che li fa scontrare e poi separare. 

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA /5 – Il peccato di gola

Hieronimus Bosch, I peccati capitali (la Gola)

La quinta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di sabato 25 febbraio 2021 – Siamo sotto “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”. C’è una sensazione di già visto. Anche Cerbero non è nuovo. È un mostro dell’Averno. Virgilio ce lo consegna nel libro VI dell’Eneide e Dante lo mette a guardia del girone nel sesto canto dell’Inferno. “I miseri profani” sono stesi per terra in mezzo a fango putrido come animali. Urlano come cani e strisciano come vermi. 

La descrizione della colpa è affidata a un certo Ciacco, l’unico che si solleva dalla melma che “pute”, un fiorentino il cui soprannome in dialetto significa “porco”. Gli spiriti dannati stanno scontando la dannosa colpa de la gola. Come in vita erano andati dietro alle grandi raffinatezze gastronomiche, i golosi per contrappasso sono sdraiati nel fango maleodorante come maiali. I peccatori, abituati alla varietà luculliana delle vivande, sono flagellati da una pioggia immutabile. “Mai non c’è nova”.  

Il peccato di gola è una cosa seria per l’epoca. Nella teologia cristiana è uno dei sette peccati capitali. Tommaso D’Aquino ne definisce la portata: l’essere umano quando “eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande” fa peccato.

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA/4 – Tempesta d’amore

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)

La quarta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di mercoledì 10 febbraio 2021 – “In quel luogo privo di luce / si urlava come il mare tempestoso, / agitato da venti contrari”. Questo è il primo vero scenario infernale. Buio pesto e aria pesante. 

Un gran vento agita e percuote le anime dei dannati: “Una bufera mai doma/ travolgeva nel turbinio gli spiriti, tormentandoli e sbattendoli con violenza”. Questa è la prima pena da cui risalire alla colpa dei condannati. 

“Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali”. Sono i lussuriosi e, a una prima lettura, queste anime dovrebbero espiare nella bufera il peccato della carne. Anche per loro si applicherebbe la legge del contrappasso che governa l’aldilà infernale: la regola secondo cui la pena esprime l’esatto contrario della colpa (dal latino contra e patior, patire il contrario). La punizione come l’opposto della colpa in vita. 

Ma se consideriamo meglio le cose, non siamo certo di fronte a una punizione così pesante ed esemplare. Dante anticipa la tolleranza dei moderni, è benevolo verso le passioni carnali. Il girone è quello più lontano dal centro dell’inferno e la condanna è tutto meno che terribile. In effetti, la pena è affine al peccato; è proprio il suo equivalente. I lussuriosi vengono trascinati in una grande tempesta, come in vita si sono lasciati trasportare da una libidine smisurata. Anche Saffo aveva descritto la passione “come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna”.

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA/3 – Siamo in un Limbo

Vi è un luogo di sospiri che fanno tremare l’aria etterna. Un dolore insopportabile per l’eternità, non provocato da pene fisiche, ma insostenibile nell’animo. Un malanimo che sale da una folla addolorata “d’infanti e di femmine e di viri”. Gente che sanza speme vive in disio” e che staziona nel luogo più buio della Divina Commedia, gente di molto valore “che ’n quel Limbo eran sospesi”

Il Limbo, dal latino limbus ‘orlo, bordo’; di più non sappiamo di questa parola di origine sconosciuta. Un bordo, un margine, un orlo, un limite. Un al di qua e un al di là del fiume Acheronte, le acque destinate per l’eternità a separare il mondo dei vivi dagli inferi. Una soglia che ha rappresentato, in tutte le culture del mondo occidentale, la transizione dalla vita alla morte, il primo viaggio senza ritorno verso l’Oltretomba. 

Il termine e il luogo non li ha coniati Dante, anche se all’inizio del Trecento il Limbo era stato inventato da poco. Questo inferno più mite, maturato a partire dall’espressione limbus inferni usata dai teologi occidentali alla fine del XII secolo, racconta il “destino dell’umanità non battezzata ma innocente: un’umanità il cui statuto divenne così residuale” come scrive Chiara Franceschini nella sua imponente e documentata Storia del limbo, da Agostino a Lutero. 

Continua a leggere

LA DIRITTA VIA / 2 – Gli ignavi e l’elogio dell’indifferenza

La seconda puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di giovedì 14 gennaio 2021 – Li incontriamo nell’anticamera dell’inferno, sono mischiati ai ‘neutrali’, “a quel cattivo coro di angeli egoisti, non ribelli a Dio ma neppur fedeli”.  “Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Gli ignavi. Sono definiti così scomodando il termine latino “ignavus”, l’aggettivo composto da “in” privativo e “gnavus/navus” che significa attivo, operoso. 

Si tratterebbe dunque di persone pigre, di persone inattive. Pusillanimi? Non esattamente. Nel caso della Divina Commedia non ci si riferisce tanto all’attività fisica, quanto alla pigrizia sociale. L’ignavo dantesco è la persona che non fa scelte politiche. È uno che non affronta le conseguenze che potrebbero derivare dalla sua collocazione politica, se non addirittura partitica.

Incontrando i cosiddetti ignavi (un’attribuzione – in realtà – mai usata nella Divina Commedia, ma nata in seno alle interpretazioni successive), Dante li bolla come vili. 

Continua a leggere

Tecnica di un colpo di stato, da Malaparte a Trump

Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 9 gennaio 2020 – “Che a difendere la libertà ci si rimette sempre” scriveva Curzio Malaparte nella prefazione del suo Tecnica di un colpo di stato, un asciutto e raffinato saggio politico scritto in francese e pubblicato a Parigi nel 1931, arrivato in Italia soltanto nel 1948. Un caso letterario pericoloso – tanto che Mussolini e Hitler ne proibirono la diffusione – che andrebbe riscoperto e studiato alla luce delle folli giornate che hanno sconvolto l’America.  

Bisogna svegliare, scrive Malaparte molti decenni fa, qualche preoccupazione e qualche inquietudine “anche negli uomini liberi dei paesi meglio organizzati dell’Europa d’Occidente”. 

Da giornalista politico e scrittore camaleontico, Malaparte intuisce con lucidità i dati profondi di un’epoca ai suoi albori. Comprende che il colpo di stato è diventato un fenomeno essenziale della vita moderna. Nessuna società è immune da questo morbo, scrive all’inizio degli anni Trenta, nemmeno le democrazie parlamentari che hanno “un’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà”. In questa nuova realtà il problema dello stato non è più soltanto un problema di autorità: è anche un problema di libertà. Malaparte si pone una domanda moderna: “se i sistemi di polizia si rilevano insufficienti a difendere lo Stato contro un eventuale tentativo comunista o fascista, a quali misure può e deve ricorrere un governo senza porre in pericolo la libertà del popolo?”.

Gli storici ufficiali non hanno compreso questo fenomeno, perché hanno dimenticato un dato fondamentale: il colpo di stato è, prima di tutto, una costruzione tecnica. Da Catilina a Silla, da Bonaparte a Trotzky, da Mussolini a Hitler: non c’è alcuna differenza sostanziale tra i catilinari di destra e i catilinari di sinistra (per Malaparte i golpisti sono tutti figli del senatore romano Catilina accusato da Cicerone). Per mettere in atto un colpo di stato efficace, bisogna appropriarsi di una techne neutra.

Continua a leggere