Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer

Il mio nuovo libro dal 5 novembre 2020 in libreria!
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Dalla quarta di copertina: Chiara Ferragni rappresenta molto di più di un progetto di marketing vincente. Chiara Ferragni incarna un romanzo di formazione per nuove generazioni, immerso fino al collo nella cultura di massa e nel sistema dei consumi. Dove la crescita personale va di pari passo con la crescita del fatturato e, viceversa, il successo economico si sposa con la felice realizzazione di sé.
Una storia confortante che risponde al desiderio disperato, sopito dentro ciascuno di noi, di essere unici e riconoscibili, di lasciare un segno del mondo, di scoprire un talento in cui eccellere e per il quale avere successo ed essere, finalmente, felici.

Adieu, Philippe!

Articolo uscito su “Il Riformista” del 3 settembre 2020 – Il dandy ha “il dono della facoltà di vedere” insieme alla “potenza di esprimere” – ha scritto Charles Baudelaire – ma è come un “sole al tramonto” perché emana un “ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza”. 

Una definizione su misura per il nostro Philippe Daverio, l’ultimo dandy di cui piangiamo oggi la scomparsa. Con i suoi panciotti policromi e il suo inconfondibile papillon, rappresentava un maestro di stile, la via eccentrica della critica d’arte nostrana, sempre attenta alla ricerca del bello ma con la capacità di raccontarlo in territori extra-accademici.   

Aveva esordito con grande successo come barman nel locale del fratello all’isola d’Elba.

Poi è stato tante cose tra cui assessore alla cultura di Milano con il primo (e finora ultimo) sindaco leghista Marco Formentini; direttore della rivista “Art Dossier”; docente per chiara fama all’Università di Palermo. Perfino attore con la sua memorabile comparsata alla Scala ne “La vedova allegra” diretta dal maestro Pier Luigi Pizzi.  

Ma soprattutto un indimenticato divulgatore televisivo, con il suo “Passepartout” ha fatto la storia della televisione italiana. Senza il tono altezzoso e soporifero dell’Accademia prestata alla televisione – Daverio rifuggiva le sterili banalizzazioni scolastiche didascaliche e coinvolgeva lo spettatore in un viaggio insolito, ricco di riferimenti colti e di boutade surreali, di aneddoti leggendari e di dettagli inediti. 

Un vero e proprio “passepartout”, un grimaldello per farsi capire (e amare) da un pubblico di massa con la chiarezza limpida di chi conosce la complessità, con la capacità di prendere per mano l’osservatore per farlo entrare dentro il mondo creato dalle sue parole. I suoi ascoltatori fedelissimi non hanno smesso di seguirlo, anche dopo chiusura inaspettata della trasmissione, nelle sue pellegrinazioni in giro per il mondo.

La sua capacità di “vedere” e di “far vedere” l’arte è lontana dalla ricerca filologica ed erudita praticata dall’Università che a forza di studiare l’arte finisce spesso per non riconoscerla. Lontano degli accademismi, dalla critica ufficiale e dalle correnti universitarie, quella di Daverio era una vera e propria filosofia dello sguardo che trasforma il critico in un demiurgo capace di mostrare l’invisibile. 

Chi sa solo di arte non sa nulla di arte, potrebbe essere il suo motto. L’occhio daveriano era innanzitutto sincretico, sempre attento alle connessioni che uniscono ambiti diversi, alle comparazioni che creano inediti percorsi paralleli. I suoi interventi pubblici e i suoi saggi divulgativi sono un florilegio di contaminazioni tra discipline diverse, non c’è arte senza riferimento alla storia e alla filosofia, all’antropologia e alla sociologia, alla letteratura e alla psicologia. Ma anche tra cultura alta e cultura bassa non ci sono steccati invalicabili: scovava legami tra grandi artisti ed epigoni minori, tra enogastronomia e folklore, tra vezzi caratteriali e abitudini popolari. 

In ogni trascurabile dettaglio poteva nascondersi lo specchio distorto di uno spaccato di mondo. Era convinto che spesso il particolare riuscisse a contenere il tutto. 

Daverio – che non si era mai laureato ed era inviso e deriso dal Gotha snob dell’accademia italica che reagiva con sdegno all’odore sulfureo di divulgazione e notorietà – aveva una cultura sconfinata e un’attitudine poliglotta che lo rendevano inclassificabile nel contesto intellettuale ufficiale. Per questo, però, era amato da un pubblico così ampio ed eterogeneo: rispondeva all’esigenza contemporanea di allargare la comprensione a linguaggi diversi, di una cultura che include e connette, senza trincerarsi dietro ad un elitario specialismo. 

Non è un caso che la sua provenienza non sia accademica, ma legata al mondo del mercato dell’arte. Philippe amava raccontare i suoi primi anni da gallerista tra Milano e New York ricchi di incontri, di scoperte e di delusioni, anni in cui aveva imparato ad avere lo sguardo – arguto e furbo – che lo ha accompagnato per tutta la sua vita. In fondo, ripeteva spesso, “sono rimasto un mercante d’arte affascinato dal bello”.

Tornano in mente le parole del filosofo Walter Benjamin – patologico bibliofilo e figlio di un antiquario e mercante d’arte – che nel collezionista vedeva lo stupore del fanciullo e il piglio del rivoluzionario che “si trasferisce idealmente in un mondo migliore, dove le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili”. Un “pescatore di perle”, come Hannah Arendt ha definito Benjamin in un meraviglioso saggio a lui dedicato, che sa vedere il mondo in un frammento.

D’altronde il mercante, il collezionista, l’antiquario guardano al mondo dell’arte in modo diverso e unico: sono segugi che inseguono tracce, scovano percorsi inediti, ipotizzano attribuzioni affidandosi non solo alla competenza ma anche all’intuito e all’istinto. Sono spinti dalla passione disinteressata così come dagli interessi del mercato e, non da ultimo, devono maneggiare con maestria l’arte della retorica per persuadere il compratore e ammaliare il cliente. 

Le parole creano mondi, affascinano e seducono. E Daverio lo sapeva quando incantava il pubblico con mirabolanti elucubrazioni, dove la correttezza filologica cedeva il passo a voli pindarici che traghettavano in universi sconosciuti. La domanda di partenza era presto dimenticata e le parole seguivano il fluire disordinato dei pensieri: il punto di arrivo era imprevedibile, ma il viaggio era sempre stupefacente. 

Era un maestro della narrazione, anticipatore dell’arte dello storytelling mediale su cui oggi piovono manuali: sapeva che per attirare l’attenzione del pubblico bisognava innanzitutto raccontare una storia, una storia appassionante fatta di uomini e donne in carne ed ossa, di imprese e di guerre, di incontri memorabili e di terribili casualità, in cui l’opera d’arte è un tassello nell’appassionante commedia del mondo.   

Alla domanda “come facciamo a riconoscere un artista?” – in una delle ultime interviste che gli feci durante il festival “Popsophia” che amava frequentare perché, come lui, connetteva mondi apparentemente distanti – mi rispose: “C’è un meccanismo semplicissimo: i grandi artisti riescono ad anticipare il mondo di domani, conoscendo il mistero del mondo di ieri”. Adieu, Philippe!

Ennio Morricone e la voce della nostalgia

Schermata 2020-07-11 alle 08.07.12Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 11 luglio 2020 – Salvatore (interpretato magnificamente da Jacques Perrin) – un regista siciliano di successo, trapiantato a Roma da trent’anni – scopre che l’amico d’infanzia Alfredo è morto. Da qui parte un lunghissimo flashback che ci riporta nel secondo dopoguerra, in una Sicilia onirica e premoderna. Il piccolo Totò vive a Giancaldo, un paesino immaginario che assurge a luogo della memoria e del ricordo di un mondo perduto e schiacciato dal progresso.

nuovo-cinema-paradiso-oscar-30-anni-fa-copiaNon tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu” aveva detto Alfredo, ormai cieco dopo l’incendio del Nuovo Cinema Paradiso, al giovane Totò restio a lasciare la sua terra natia, l’immobile e bellissima Sicilia. Quando finalmente si convince a salire sul treno, partono note del brano di Ennio Morricone Infanzia e maturità.

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POPSOPHIA 2020: il primo festival italiano dopo il lockdown

IL SUCCESSO DI REALISMO VISIONARIO

RIPARTIRE DALLA CULTURA? SI PUÒ, SI DEVE
Bilancio positivo per il Festival pesarese

COMUNICATO STAMPA – “Non c’è fine. Non c’è inizio. C’è solo l’infinita passione per la vita”. Popsophia non poteva che utilizzare il pensiero di Federico Fellini per tracciare il bilancio di Realismo Visionario, la prima rassegna in Italia con pubblico dopo il Covid-19.

3 luglio - pubblico serale

In scena a Pesaro dal 2 al 5 luglio, in una città profondamente colpita dall’emergenza sanitaria, il Festival del Contemporaneo è uscito dallo storytelling asfissiante della pandemia, per tornare a dialogare dal vivo. Tutti gli ospiti hanno ragionato con lucidità e speranza sui possibili scenari che si celano nel nostro futuro.

Una partita tosta, viste le difficoltà nel garantire la giusta fruizione degli eventi nel post-coronavirus. È stata una rassegna segnata da un “regime di sanificazione”, ma è stato forse il Festival più intimo di Popsophia.

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La filosofia di Dylan Dog secondo Giulio Giorello

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Articolo in memoriam di Giulio Giorello (scomparso il 15 giugno 2020) uscito su “Il Riformista” del 27 giugno 2020 – Scoprii casualmente, dopo averlo conosciuto in un’occasione accademica durante i miei studi universitari, che quello che per me era il prof. Giorello – blasonato filosofo della scienza e stimato docente universitario – era un appassionato e onnivoro lettore dei fumetti, oltre che una persona di rara umanità e di straordinaria cultura.

Nel 2011, in occasione della prima edizione del mio festival Popsophia, lo chiamai – non senza un po’ del timore reverenziale che si ha per i veri Maestri – per invitarlo a cimentarsi in un’operazione squisitamente antiaccademica: tratteggiare un ritratto pop filosofico di quello che, per me, era il vero “pensatore del sospetto” del mondo dei fumetti nostrani, Dylan Dog. Pensavo storcesse il naso all’idea di intervenire sulla filosofia dell’indagatore dell’incubo.

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POPSOPHIA 2020: Realismo Visionario

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COMUNICATO STAMPA – Torna Popsophia, il festival nazionale della Filosofia del Contemporaneo si terrà a Pesaro dal 2 al 5 luglio 2020Realismo Visionsario: questo il tema della decima edizione che sarà dedicata al maestro del cinema Federico Fellini, in occasione del centenario della sua nascita. Popsophia e il territorio di Pesaro raccolgono la sfida culturale dei tempi difficili che stiamo vivendo volgendo uno sguardo visionario alla realtà come possibilità per immaginare scenari alternativi e, così, ripartire.

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Appunti dalla catastrofe – decima puntata

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Decima e ultima puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista”. L’articolo di sabato 6 giugno – “Straordinaria non è vero? E niente dialoghi, a noi non occorrevano i dialoghi. Bastava il volto! E dove, dove sono i volti di un tempo? Forse uno, la Garbo. Ah, questi idioti produttori, questi imbecilli, dove hanno gli occhi? Hanno dimenticato cosa vuol dire essere una Diva. Io glielo insegnerò, perché io trionferò ancora!”. Norma Desmond urla queste frasi furibonda. In uno scenario sufficientemente decadente e gotico, illuminata dal fascio di luce intermittente del proiettore e circondata da una nuvola di fumo, lancia il suo grido disperato, reclama il proprio diritto ad essere ricordata.

Una delle scene memorabili di Sunset Boulevard, il film capolavoro di Billy Wilder che compie settant’anni e non è invecchiato di un giorno.

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“Gli eroi sono stanchi. Omaggio a Clint Eastwood” – SPETTACOLO ONLINE

Il primo Philoshow Web di Popsophia, in onda il 31 maggio 2020 per celebrare i novant’anni di una leggenda del cinema americano: Clint Eastwood. Un vero e proprio spettacolo online dal Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.

Dieci filosofi e giornalisti indagano i titoli più importanti della carriera dell’attore-regista americano, gli interventi sono accompagnati da clip iconiche tratte dalla sua cinematografia e da brani eseguiti dal vivo dal pianista dell’ensemble musicale di Popsophia.

Con gli interventi di: Massimo Arcangeli, Angela Azzaro, Gianluca Briguglia, Cesare Catà, Umberto Croppi, Umberto Curi, Riccardo Dal Ferro, Lucrezia Ercoli, Donatella Ferretti, Marco Fioravanti, Ilaria Gaspari, Riccardo Minnucci, Simone Regazzoni, Salvatore Patriarca, Gianluca Pierini.

Buon compleanno Clint Eastwood!

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Articolo uscito su Il Riformista di sabato 30 maggio 2020 – “Alla fine della mia vita diranno: Era l’uomo arrivato dal nulla… Se n’è andato come è venuto”. Clint Eastwood – il volto dello straniero senza nome, l’eroe-fantasma venuto dal nulla e tornato nel nulla – compie novant’anni, ma non sembra intenzionato a scomparire.

Il 31 maggio del 1930 nasceva una leggenda della storia del cinema, l’ultimo dei classici viventi, capace di risimbolizzare all’infinito i generi tradizionali e fondativi del paradigma occidentale, dall’epopea western alla tragedia greca.    Continua a leggere

Vincere l’odio – presentazione del libro

odio copertina MERCOLEDì 26 MAGGIO
ORE 18.00
conferenza stampa di presentazione
in streaming dai social
di Popsophia e di Matteo Ricci 

VINCERE L’ODIO
PRIMA E DOPO IL CORONAVIRUS

interverranno:
Matteo Ricci
sindaco di Pesaro e presidente ALI
Gianrico Carofiglio
scrittore ed ex magistrato
Lucrezia Ercoli
direttrice artistica di Popsophia

Modera
Micaela Vitri – giornalista