LA DIRITTA VIA 7 / Le ragioni dell’ira

Umberto Boccioni, Rissa in Galleria [particolare]

La settimana puntata della mia rubrica “La diritta via”, l’articolo è uscito su “Il Riformista” giovedì 25 marzo, in occasione delle celebrazioni del Dantedì – Tra “sudice onde” Virgilio e Dante giungono in una palude mortifera, piena di “fummo” che impedisce la vista. Ci sono “genti fangose in quel pantano”. I dannati sono nudi, immersi nella melma e con il volto corrucciato; si percuotono con le mani, con il petto, con i piedi e si sbranano a vicenda dilaniandosi le carni a forza di morsi. 

L’anime di color cui vinse l’ira”. Virgilio svela a Dante l’identità dei dannati del quinto girone dell’inferno: gli iracondi, coloro che sono stati “vinti” dall’ira, uno dei sette peccati capitali. Per contrappasso, all’inferno sono consumati dalla loro stessa ferocia, smembrati dalla loro stessa furia. 

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LA DIRITTA VIA/6 – Roba mia, vientene con me!

La sesta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di venerdì 12 marzo 2021 – “Pape Satàn, pape satàn, aleppe!” grida Pluto, l’antico dio che protegge la ricchezza, alla vista di Dante e Virgilio. Il primo verso del canto VII dell’Inferno risuona come un’ingiunzione demoniaca e incomprensibile. La sua traduzione rimane oscura e continua a far discutere gli interpreti. Sarà per questo che il verso nonsense dantesco – un’invocazione satanica o un’ironica preghiera – è anche il titolo all’ultimo libro di Umberto Eco. Pape satàn, aleppe! è un grido inquietante e confuso che interpreta bene lo smarrimento dell’individuo contemporaneo che abita l’attuale società liquida.  

Ma torniamo a Dante e Virgilio. Messo a tacere il “maledetto lupo” guardiano del girone, i due viaggiatori entrano nel IV cerchio infernale. D’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa”, i dannati sono impegnati a spingere dei grandi massi con la forza del petto. 

Dante descrive una sorta di danza eterna semicircolare. I peccatori sono separati in due schiere e si muovono in cerchio in direzioni opposte. Si incontrano a metà strada, si girano, e ricominciano a spingere il masso dall’altra parte. Così come “sovra Cariddi”, al centro dello stretto di Messina, si scontrano le onde di due mari, così i due gruppi di peccatori si infrangono, condannati a un ritmo sempiterno che li fa scontrare e poi separare. 

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LA DIRITTA VIA /5 – Il peccato di gola

Hieronimus Bosch, I peccati capitali (la Gola)

La quinta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di sabato 25 febbraio 2021 – Siamo sotto “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”. C’è una sensazione di già visto. Anche Cerbero non è nuovo. È un mostro dell’Averno. Virgilio ce lo consegna nel libro VI dell’Eneide e Dante lo mette a guardia del girone nel sesto canto dell’Inferno. “I miseri profani” sono stesi per terra in mezzo a fango putrido come animali. Urlano come cani e strisciano come vermi. 

La descrizione della colpa è affidata a un certo Ciacco, l’unico che si solleva dalla melma che “pute”, un fiorentino il cui soprannome in dialetto significa “porco”. Gli spiriti dannati stanno scontando la dannosa colpa de la gola. Come in vita erano andati dietro alle grandi raffinatezze gastronomiche, i golosi per contrappasso sono sdraiati nel fango maleodorante come maiali. I peccatori, abituati alla varietà luculliana delle vivande, sono flagellati da una pioggia immutabile. “Mai non c’è nova”.  

Il peccato di gola è una cosa seria per l’epoca. Nella teologia cristiana è uno dei sette peccati capitali. Tommaso D’Aquino ne definisce la portata: l’essere umano quando “eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande” fa peccato.

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