Fenomenologia sanremese di Maria De Filippi

immagini.quotidiano.net.jpegl’Unità 9/02/2017 – “Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai. Chiamami tormento dai”. Le parole di Mina e Alberto Lupo descrivono bene le prime puntate del carrozzone sanremese. Il format è sempre lo stesso – lungo, noioso, a tratti imbarazzante – molto al di sotto dello standard estetico del grande spettacolo televisivo di ultima generazione. Ma affinché l’operazione tormentone vada in porto, c’è bisogno di introdurre una novità da dare in pasto alla critica. Insomma, il solito “deve cambiare tutto, perché niente cambi”, parafrasando Tomasi di Lampedusa.

La novità del 2017 è chiara e ha un nome e un cognome: Maria De Filippi. La sua voce roca, il suo tono imperturbabile, il suo sorriso inquietante, il suo portamento sgraziato, la sua naturale ineleganza. Sul palco dell’Ariston è arrivato lo stile inconfondibile di un’icona televisiva amata e odiata con uguale intensità. Queen Mary, come previsto, è diventata la protagonista indiscussa di cui tutti parlano, lasciando Carlo Conti sotto il mantello dell’invisibilità.

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Sanremo e la pietra filosofale

LAPR1052.JPGl’Unità, 8/02/2017 – “Tutti cantano Sanremo”. Fin dallo slogan scelto per gli spot – riempiti di critiche per la loro evidente bruttezza – Sanremo torna a perturbare la cultura pop italiana (e noi, suoi improvvidi cantori).

Non sono bastate le catene di Sant’Antonio degli indignati girate vorticosamente sui social: “Boicottiamo Sanremo. Date da mangiare ai terremotati invece di sprecare i soldi pubblici per cachet milionari”. La dose di polemiche populiste, oltre a tranquillizzare la coscienza dei loro autori e a divertirci per la loro sfacciata banalità, hanno dato altra linfa vitale al programma più commentato della tv nazionale. Tante le volte in cui se ne sono cantati i funerali, altrettante le occasioni per risorgere dalle proprie ceneri, novella araba Fenice catodica.

Il suo elisir di lunga giovinezza – e l’edizione di quest’anno ne è l’ennesima e perfetta dimostrazione – è la composizione della totalità. All inclusive. Tutto e tutti dentro. Nessun escluso.

La ricerca della pietra filosofale della concordia, però, sarebbe impensabile senza l’alchimista perfetto: Carlo Conti. Il novello Pippo Baudo che unisce tradizione e innovazione, leggerezza e professionalità. O come direbbero gli sceneggiatori della serie tv “Boris”: “il peggior conservatorismo che si tinge di simpatia, di colore, di paillette”. Spalleggiato nella conduzione dalla sua nemesi silenziosa, Nostra Signora dell’auditel di Mediaset, Maria De Filippi. E anche le critiche sono state addomesticate: la De Filippi, con un coup de theatre da vera professionista del gradimento, non ha voluto alcun cachet.

Il processo di sintesi, il vero partito della Nazione, è compiuto. Il patto dell’Ariston e non del Nazareno: gli opposti – veterani e giovani turchi, conservatori e rivoluzionari, indignati e populisti – uniti perché “the show must go on”.

Per questo, chiunque voglia valutare – con il rigore del sismologo libero da pregiudizi – lo stato di salute della Penisola, non può esimersi dall’accendere la televisione. Perché? Perché Sanremo, e solo Sanremo, è il sismografo sociale perfetto, capace di registrare tutto lo sciame sismico dello spirito del nostro tempo (anche quelle scosse che preferiremmo non sentire).

D’altronde, “tutti sono cantati da Sanremo”.