“Dieci passi all’inferno”. Il mio nuovo libro!

DALLA QUARTA DI COPERTINA – Dieci passi nell’inferno giustizialista creato da Dante. Uno sterminato campionario di peccati e reati che ancora oggi sono punti di riferimento, nel bene e nel male, dell’immaginario collettivo e della sensibilità contemporanea. Un percorso critico nei gironi infernali che sfugge alla dicotomia tra specialismo pedante e divulgazione elogiativa che ha caratterizzato le celebrazioni del Dante/Monumento. Dieci passi nelle “vie smarrite” della Commedia come vero antidoto al sempiterno afflato moralista e ipocrita che permea il nostro senso comune. Il libro nasce dalla rubrica “La diritta via” uscita sulle pagine de “Il Riformista”.

L. Ercoli, Dieci passi all’inferno, Il lavoro editoriale, Ancona 2021.

Il libro è disponibile in tutte le librerie e gli store online. Acquistalo qui

INDICE DEL SAGGIO

INTRODUZIONE – La diritta via

ANTE INFERNO – Non ci sono più gli indifferenti di una volta 

PRIMO CERCHIO – Come sospesi in un limbo…

SECONDO CERCHIO – Tempesta d’amore  

TERZO CERCHIO – Un peccato di gola

QUARTO CERCHIO – La roba 

QUINTO CERCHIO – L’ira giusta o dell’indignazione totale

SESTO CERCHIO – Colui che leggerissimo era

SETTIMO CERCHIO – Colpevoli fino a prova contraria

OTTAVO CERCHIO – Viaggiare in una stanza  

NONO CERCHIO – Lunga vita ai traditori 

LA DIRITTA VIA 11 / Lunga vita ai traditori!

L’ultima puntata della mia rubrica dantesca “La Diritta Via” su “Il Riformista” di venerdì 11 giugno 2021 – Si intravedono i vessilli, Vexilla regis prodeunt. Stiamo per toccare il punto più basso dell’aberrazione umana. Aspettiamo questo momento dall’inizio del viaggio. I Vexilla Inferni, i segni del re degli inferi, procedono verso di noi. Non sono quelli della vera Croce come negli inni del Venerdì Santo, ma del suo oppositore.

Siamo al centro dell’inferno. Siamo lungo uno dei cinque fiumi mitologici degli Inferi: il Cocito, il “fiume di ghiaccio”. 

L’ultimo canto, il trentaquattresimo. Dante e Virgilio vengono al cospetto del principio di ogni male, Lucifero

Spira un vento freddo da rabbrividire e le ombre dei dannati sono tutte affondate nel ghiaccio, e si intravedono come pagliuzze sottovetro.

Il luogo più freddo e desolato dell’universo. È la Giudecca. Il termine indica il quartiere ebraico (dal latino judaeus). Nella Giudecca gli ebrei venivano anticamente confinati. Omen est nomen. Cosa c’è di più inospitale di un quartiere ebraico? Con buona pace del politicamente corretto.

Nella ghiaccia della “Judaica” le anime sono sdraiate, a testa in su o in giù, diritte o rovesciate, ma tutte cristallizzate e silenziose. Tutte anonime. Nessun dannato viene individuato da Dante, né tantomeno da Virgilio. 

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LA DIRITTA VIA 10 / Invito al viaggio

La decima puntata della mia rubrica dantesca su “Il Riformista” di mercoledì 12 maggio –Di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia”. Tante fiammelle vaganti si muovono per il fossato come “lucciole giù per la vallea”. E “ogne fiamma un peccatore invola” e “si move ciascuna per la gola del fosse”. “Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso”: i dannati sono nascosti all’interno di quelle fiamme che li bruciano dall’interno.  

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse

Mi dolsi” confessa Dante perché in quelle fiammelle ci sono uomini di ingegno, uomini nobili e degni di fama che peccarono abusando proprio della dote dell’intelligenza. Il canto XXVI dell’Inferno, infatti, è dedicato alla bolgia dell’VIII cerchio che raccoglie i consiglieri fraudolenti, coloro che hanno ingannato il prossimo per favorire la propria grandezza o quella della propria parte politica. 

Chi in vita è stato bruciato dalla tentazione dell’astuzia, per contrappasso, trascorre l’eternità dentro una fiamma incandescente, colpevole di aver preferito l’intelligenza alla virtù, la scaltrezza alla morale. Un rapporto tra peccato e pena motivato anche dalla somiglianza lessicale tra calliditas (astuzia) e caliditas (calore). 

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LA DIRITTA VIA 9 / La selva dei suicidi

Canto XIII, illustrazione di Gustave Doré

Nona puntata della mia rubrica “La diritta via”, l’articolo è uscito su “Il Riformista” di sabato 24 aprile – Dante e Virgilio si trovano in un bosco che “da neun sentiero era segnato”. I due poeti si addentrano in una selva dove gli alberi sono di “color fosco”, con rami “nodosi e ‘nvolti”. Una foresta buia, senza fiori e senza foglie, piena di “aspri sterpi” di spine velenose. 

Siamo nel settimo cerchio dell’inferno, quello dove sono confinati i violenti. All’inizio del canto XIII, il centauro Nesso ha condotto Dante al di là del fiume Flegetonte, il fiume di sangue del primo girone, dove erano immersi gli assassini, coloro che hanno compiuto violenza contro gli altri, tormentati dalle frecce dei centauri. 

Ora si apre lo scenario da incubo del secondo girone, destinato a coloro che hanno fatto violenza contro se stessi. Siamo nella selva dei suicidi. Sui occidio, letteralmente “uccisione di se stessi”. Il termine, malgrado le apparenze, non esiste nel latino classico.

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LA DIRITTA VIA 7 / Le ragioni dell’ira

Umberto Boccioni, Rissa in Galleria [particolare]

La settimana puntata della mia rubrica “La diritta via”, l’articolo è uscito su “Il Riformista” giovedì 25 marzo, in occasione delle celebrazioni del Dantedì – Tra “sudice onde” Virgilio e Dante giungono in una palude mortifera, piena di “fummo” che impedisce la vista. Ci sono “genti fangose in quel pantano”. I dannati sono nudi, immersi nella melma e con il volto corrucciato; si percuotono con le mani, con il petto, con i piedi e si sbranano a vicenda dilaniandosi le carni a forza di morsi. 

L’anime di color cui vinse l’ira”. Virgilio svela a Dante l’identità dei dannati del quinto girone dell’inferno: gli iracondi, coloro che sono stati “vinti” dall’ira, uno dei sette peccati capitali. Per contrappasso, all’inferno sono consumati dalla loro stessa ferocia, smembrati dalla loro stessa furia. 

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LA DIRITTA VIA/6 – Roba mia, vientene con me!

La sesta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di venerdì 12 marzo 2021 – “Pape Satàn, pape satàn, aleppe!” grida Pluto, l’antico dio che protegge la ricchezza, alla vista di Dante e Virgilio. Il primo verso del canto VII dell’Inferno risuona come un’ingiunzione demoniaca e incomprensibile. La sua traduzione rimane oscura e continua a far discutere gli interpreti. Sarà per questo che il verso nonsense dantesco – un’invocazione satanica o un’ironica preghiera – è anche il titolo all’ultimo libro di Umberto Eco. Pape satàn, aleppe! è un grido inquietante e confuso che interpreta bene lo smarrimento dell’individuo contemporaneo che abita l’attuale società liquida.  

Ma torniamo a Dante e Virgilio. Messo a tacere il “maledetto lupo” guardiano del girone, i due viaggiatori entrano nel IV cerchio infernale. D’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa”, i dannati sono impegnati a spingere dei grandi massi con la forza del petto. 

Dante descrive una sorta di danza eterna semicircolare. I peccatori sono separati in due schiere e si muovono in cerchio in direzioni opposte. Si incontrano a metà strada, si girano, e ricominciano a spingere il masso dall’altra parte. Così come “sovra Cariddi”, al centro dello stretto di Messina, si scontrano le onde di due mari, così i due gruppi di peccatori si infrangono, condannati a un ritmo sempiterno che li fa scontrare e poi separare. 

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LA DIRITTA VIA /5 – Il peccato di gola

Hieronimus Bosch, I peccati capitali (la Gola)

La quinta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di sabato 25 febbraio 2021 – Siamo sotto “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”. C’è una sensazione di già visto. Anche Cerbero non è nuovo. È un mostro dell’Averno. Virgilio ce lo consegna nel libro VI dell’Eneide e Dante lo mette a guardia del girone nel sesto canto dell’Inferno. “I miseri profani” sono stesi per terra in mezzo a fango putrido come animali. Urlano come cani e strisciano come vermi. 

La descrizione della colpa è affidata a un certo Ciacco, l’unico che si solleva dalla melma che “pute”, un fiorentino il cui soprannome in dialetto significa “porco”. Gli spiriti dannati stanno scontando la dannosa colpa de la gola. Come in vita erano andati dietro alle grandi raffinatezze gastronomiche, i golosi per contrappasso sono sdraiati nel fango maleodorante come maiali. I peccatori, abituati alla varietà luculliana delle vivande, sono flagellati da una pioggia immutabile. “Mai non c’è nova”.  

Il peccato di gola è una cosa seria per l’epoca. Nella teologia cristiana è uno dei sette peccati capitali. Tommaso D’Aquino ne definisce la portata: l’essere umano quando “eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande” fa peccato.

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LA DIRITTA VIA/4 – Tempesta d’amore

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)

La quarta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di mercoledì 10 febbraio 2021 – “In quel luogo privo di luce / si urlava come il mare tempestoso, / agitato da venti contrari”. Questo è il primo vero scenario infernale. Buio pesto e aria pesante. 

Un gran vento agita e percuote le anime dei dannati: “Una bufera mai doma/ travolgeva nel turbinio gli spiriti, tormentandoli e sbattendoli con violenza”. Questa è la prima pena da cui risalire alla colpa dei condannati. 

“Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali”. Sono i lussuriosi e, a una prima lettura, queste anime dovrebbero espiare nella bufera il peccato della carne. Anche per loro si applicherebbe la legge del contrappasso che governa l’aldilà infernale: la regola secondo cui la pena esprime l’esatto contrario della colpa (dal latino contra e patior, patire il contrario). La punizione come l’opposto della colpa in vita. 

Ma se consideriamo meglio le cose, non siamo certo di fronte a una punizione così pesante ed esemplare. Dante anticipa la tolleranza dei moderni, è benevolo verso le passioni carnali. Il girone è quello più lontano dal centro dell’inferno e la condanna è tutto meno che terribile. In effetti, la pena è affine al peccato; è proprio il suo equivalente. I lussuriosi vengono trascinati in una grande tempesta, come in vita si sono lasciati trasportare da una libidine smisurata. Anche Saffo aveva descritto la passione “come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna”.

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LA DIRITTA VIA/3 – Siamo in un Limbo

Vi è un luogo di sospiri che fanno tremare l’aria etterna. Un dolore insopportabile per l’eternità, non provocato da pene fisiche, ma insostenibile nell’animo. Un malanimo che sale da una folla addolorata “d’infanti e di femmine e di viri”. Gente che sanza speme vive in disio” e che staziona nel luogo più buio della Divina Commedia, gente di molto valore “che ’n quel Limbo eran sospesi”

Il Limbo, dal latino limbus ‘orlo, bordo’; di più non sappiamo di questa parola di origine sconosciuta. Un bordo, un margine, un orlo, un limite. Un al di qua e un al di là del fiume Acheronte, le acque destinate per l’eternità a separare il mondo dei vivi dagli inferi. Una soglia che ha rappresentato, in tutte le culture del mondo occidentale, la transizione dalla vita alla morte, il primo viaggio senza ritorno verso l’Oltretomba. 

Il termine e il luogo non li ha coniati Dante, anche se all’inizio del Trecento il Limbo era stato inventato da poco. Questo inferno più mite, maturato a partire dall’espressione limbus inferni usata dai teologi occidentali alla fine del XII secolo, racconta il “destino dell’umanità non battezzata ma innocente: un’umanità il cui statuto divenne così residuale” come scrive Chiara Franceschini nella sua imponente e documentata Storia del limbo, da Agostino a Lutero. 

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