LA DIRITTA VIA/6 – Roba mia, vientene con me!

La sesta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di venerdì 12 marzo 2021 – “Pape Satàn, pape satàn, aleppe!” grida Pluto, l’antico dio che protegge la ricchezza, alla vista di Dante e Virgilio. Il primo verso del canto VII dell’Inferno risuona come un’ingiunzione demoniaca e incomprensibile. La sua traduzione rimane oscura e continua a far discutere gli interpreti. Sarà per questo che il verso nonsense dantesco – un’invocazione satanica o un’ironica preghiera – è anche il titolo all’ultimo libro di Umberto Eco. Pape satàn, aleppe! è un grido inquietante e confuso che interpreta bene lo smarrimento dell’individuo contemporaneo che abita l’attuale società liquida.  

Ma torniamo a Dante e Virgilio. Messo a tacere il “maledetto lupo” guardiano del girone, i due viaggiatori entrano nel IV cerchio infernale. D’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa”, i dannati sono impegnati a spingere dei grandi massi con la forza del petto. 

Dante descrive una sorta di danza eterna semicircolare. I peccatori sono separati in due schiere e si muovono in cerchio in direzioni opposte. Si incontrano a metà strada, si girano, e ricominciano a spingere il masso dall’altra parte. Così come “sovra Cariddi”, al centro dello stretto di Messina, si scontrano le onde di due mari, così i due gruppi di peccatori si infrangono, condannati a un ritmo sempiterno che li fa scontrare e poi separare. 

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LA DIRITTA VIA/4 – Tempesta d’amore

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)

La quarta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di mercoledì 10 febbraio 2021 – “In quel luogo privo di luce / si urlava come il mare tempestoso, / agitato da venti contrari”. Questo è il primo vero scenario infernale. Buio pesto e aria pesante. 

Un gran vento agita e percuote le anime dei dannati: “Una bufera mai doma/ travolgeva nel turbinio gli spiriti, tormentandoli e sbattendoli con violenza”. Questa è la prima pena da cui risalire alla colpa dei condannati. 

“Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali”. Sono i lussuriosi e, a una prima lettura, queste anime dovrebbero espiare nella bufera il peccato della carne. Anche per loro si applicherebbe la legge del contrappasso che governa l’aldilà infernale: la regola secondo cui la pena esprime l’esatto contrario della colpa (dal latino contra e patior, patire il contrario). La punizione come l’opposto della colpa in vita. 

Ma se consideriamo meglio le cose, non siamo certo di fronte a una punizione così pesante ed esemplare. Dante anticipa la tolleranza dei moderni, è benevolo verso le passioni carnali. Il girone è quello più lontano dal centro dell’inferno e la condanna è tutto meno che terribile. In effetti, la pena è affine al peccato; è proprio il suo equivalente. I lussuriosi vengono trascinati in una grande tempesta, come in vita si sono lasciati trasportare da una libidine smisurata. Anche Saffo aveva descritto la passione “come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna”.

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