Gli erranti di terra in terra – 2007

Lucrezia Ercoli
Gli erranti di terra in terra
La figura del viandante in Hölderlin e Friedrich

Alfabetica, Macerata 2007
3 monaco.jpgINTRODUZIONE

 Il Wanderer è una figura metaforica enigmatica.

Il viandante, infatti, non è il semplice “viaggiatore”: colui che compie un viaggio di formazione orientato verso una meta precisa; colui che transita da un luogo all’altro senza abbandonare la certezza del ritorno a casa.

Il viandante non è neanche il “migrante”: colui che è costretto ad abbandonare la patria; colui che vuole ricostruire una collettività il più possibile vicina a quella che ha abbandonato per riavere la propria identità perduta.

Il Wanderer è colui che compie un viaggio “alla deriva”[1], senza ragione e senza scopo. Non si dirige verso qualcosa di connotabile fisicamente, ma si perde nel mondo alla ricerca di se stesso: è un avventuriero dello spirito che inizia un viaggio verso l’indefinibile per raggiungere la «conciliazione che è entro la discordia stessa»[2].

La ricerca di qualcosa che sfugge a ogni disamina razionale è il viaggio più importante e più pericoloso. Un pellegrinaggio ab-solutus: privo di ogni sicurezza e, al contempo, libero da ogni legame. La condizione del viandante – parafrasando le parole di Franco Volpi – è simile a quella di un uomo che «per lungo tempo ha camminato su una superficie ghiacciata, ma che con il disgelo avverte che la banchina si mette in movimento e va spezzandosi in mille lastroni»[3].

Nella Wanderung romantica – argomenta efficacemente Collini – «iniziano a tacere le sirene del ritorno e della meta: quelli che per il viaggiatore sono meri interluoghi, luoghi di transito, tappe, stazioni, sono per il Wanderer tutto, mentre un’ombra luttuosa grava su tutto ciò che è compiuto. È questo interregno – senza però che il Regno venga –, questa terra di nessuno prima delle cose ultime – senza però che queste intervengano –, che costituisce lo spazio della Wanderung»[4].

Un mondo frammentato e scisso, quindi, è la patria del viandante, costantemente in pellegrinaggio da un posto all’altro perché – scrive Baudelaire nella lirica Il viaggio – «la meta che si sposta, in nessun luogo essendo, può trovarsi in ogni luogo»[5].

La figura del Wanderer è al centro della parabola intellettuale ed esistenziale di Friedrich Hӧlderlin. Attraverso il suo romanzo Iperione o l’eremita in Grecia, la condizione di colui che dedica la vita all’instancabile ricerca della discordia concorde assurge a paradigma filosofico[6].

L’esistenza come perenne viaggio assume i tratti di una domanda senza tempo: «Io sono soltanto un viandante, un pellegrino sulla terra. E voi siete qualcosa di più?»[7].

NOTE:

[1] Così Enzo Cocco definisce il “viaggio di deriva” della letteratura otto-novecentesca da Conrad a Joyce contrapponendolo al “viaggio di ragione” di Robinson Crusoe o dei personaggi volterriani. Cfr. E. Cocco, Figure di viaggio e crisi del soggetto, Nuove Edizioni Tempi Moderni, Napoli 1990.

[2] F. Hӧlderlin, Iperione o l’eremita in Grecia, a c. di G.V. Amoretti, Feltrinelli, Milano 1987, p. 178.

[3] F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 3.

[4] P. Collini, Wanderung. Il viaggio dei romantici, Cafoscarina, Venezia 1993, pp. 7-8.

[5] C. Baudelaire, Il viaggio, in C. Baudelaire, I fiori del male, a c. di L. de Nardis, Feltrinelli, Milano 2001, p. 255.

[6] Umberto Galimberti ha delineato, nella contemporaneità, una vera e propria “etica del viandante” che riprende i tratti della Wanderung romantica: «All’uomo non resta che il destino del viandante [che] aderisce di volta in volta ai paesaggi che incontra andando per via, e che per lui non sono luoghi di transito in attesa di quel luogo, Itaca, che fa di ogni terra una semplice tappa sulla via del ritorno. Senza Itaca, l’Odissea del viandante che è una continua ripresa del viaggio […]. Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo che non siano punti occasionali, l’etica del viandante, che non conosce il suo avvenire, può essere il punto di riferimento di un’umanità a cui la tecnica ha consegnato un futuro imprevedibile, e che quindi non può riferirsi alle etiche antiche, la cui normatività guardava al futuro come a una ripresa del passato, perché il tempo era inscritto nella stabilità dell’ordine naturale» (U. Galimberti, La casa di psiche, Feltrinelli, Milano 2005, p. 426).

[7] J.W. Goethe, I dolori del giovane Werther, in Opere, vol. I, a c. di L. Mazzucchetti, Sansoni, Firenze 1949, p. 488.