Signore, dammi la mia gogna quotidiana!

gogna.jpg--.jpgL’Unità 6/05/2017 – In una famosa trasmissione televisiva un filosofo di grido, preso dalla smania dei tempi, si è lanciato in una personalissima interpretazione della parola vergogna. Il grido di guerra di tutti gli indignati sarebbe giustificato proprio dal suo etimo: ‘vereor gognam’, ‘temo la gogna’. Naturalmente l’etimologia corretta di vergogna è la ‘verecundia’ latina. Ma la trasformazione di quel nobile sentimento di pudore che ci fa arrossire in una invettiva ha tanto preso la mano del filosofo da evocare infine il vero convitato di pietra di ogni dibattito televisivo: la gogna.

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Each day is Valentine’s Day

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l’Unità – 14/02/2016 –
 “L’amore, quando non lo subiamo, ci è naturale considerarlo evitabile e filosofare sulla pazzia degli altri” scrive Marcel Proust ne “La fuggitiva”. E per i più scettici è questa l’utilità di San Valentino: quando non ne siamo coinvolti, la ricorrenza degli innamorati serve a filosofare sulla pazzia degli altri e sulle loro derive consumiste.

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Non sono solo canzonette

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Francesco Gabbani e Fiorella Mannoia

l’Unità 12/02/2017 – “Se alla fine della nostra vita ci fosse consentito di dire qualcosa, canteremmo una canzonetta, come riassunto di tutta un’esistenza”. Per pochi secondi, durante l’imitazione di Sandra Milo di Virginia Raffaele, sono echeggiate sul palco dell’Ariston queste parole pronunciate da Federico Fellini in una delle sue ultime interviste. E non esiste sintesi più efficace per spiegare il successo sempiterno del festival di Sanremo che si è appena chiuso.

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L’arcobaleno di Sanremo

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l’Unità 11/02/2017 – Con il suo fischio inconfondibile e il suo stile indie-pop, la ballata nostalgica e graffiante Lost on you” di Lp – la cantautrice italo-americana schizzata al successo nell’ultimo anno – ha risvegliato a notte fonda un pubblico estenuato dalle infinite e noiose esibizioni in gara. Oltre a ringraziarla per la performance, nessuno ha fatto esplicito riferimento alla sua dichiarata omosessualità. Come lei stessa ha dichiarato: “Non voglio essere definita una songwriter gay. Ma non è un segreto, per me essere omosessuale è come avere gli occhi”.

I tentativi di portare l’attenzione sull’orientamento sessuale, invece, sono diventati materiale per siparietti umoristici, tanto scontati quanto inefficaci. Da Luca e Paolo che speravano di strappare una risata con la battuta: “Non siamo in linea con le scelte editoriali, siamo dei diversi: ci piace la patata”. Alla sparata della Balivo: “Sei bono, Ricky, pure se sei frocio”. Fino alle ancor più volgari e lamentose (se non fossero tragiche) dichiarazioni di Mario Adinolfi, preoccupato per la scalata della lobby Lgbt nella coscienza nazionalpopolare.
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#sanremo2017: spettatori emancipati e cultura convergente

IMG_4816.JPGl’Unità 10/02/2017 – La pietra dello scandalo di Sanremo 2017 è stato un tweet di Caterina Balivo: l’abbigliamento di Diletta Leotta, a suo dire, non era adeguato per parlare della violazione della privacy e del cyberbullismo di cui era stata vittima. Malgrado le scuse, seguite dopo le critiche piovute dal web e dagli stessi presentatori, si è aperto un dibattito infinito, dalla libertà delle donne all’uso dei social network.

Singolare che la principale polemica che ha animato la discussione dei primi giorni del festival faccia riferimento a qualcosa che è avvenuto fuori dal programma. Le chiacchiere da bar, le battute intorno al divano di casa, i commenti acidi tra amici, inondano il web e acquistano una risonanza esplosiva, rimbalzando dalla piazza mediatica allo schermo del televisore.

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Fenomenologia sanremese di Maria De Filippi

immagini.quotidiano.net.jpegl’Unità 9/02/2017 – “Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai. Chiamami tormento dai”. Le parole di Mina e Alberto Lupo descrivono bene le prime puntate del carrozzone sanremese. Il format è sempre lo stesso – lungo, noioso, a tratti imbarazzante – molto al di sotto dello standard estetico del grande spettacolo televisivo di ultima generazione. Ma affinché l’operazione tormentone vada in porto, c’è bisogno di introdurre una novità da dare in pasto alla critica. Insomma, il solito “deve cambiare tutto, perché niente cambi”, parafrasando Tomasi di Lampedusa.

La novità del 2017 è chiara e ha un nome e un cognome: Maria De Filippi. La sua voce roca, il suo tono imperturbabile, il suo sorriso inquietante, il suo portamento sgraziato, la sua naturale ineleganza. Sul palco dell’Ariston è arrivato lo stile inconfondibile di un’icona televisiva amata e odiata con uguale intensità. Queen Mary, come previsto, è diventata la protagonista indiscussa di cui tutti parlano, lasciando Carlo Conti sotto il mantello dell’invisibilità.

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Sanremo e la pietra filosofale

LAPR1052.JPGl’Unità, 8/02/2017 – “Tutti cantano Sanremo”. Fin dallo slogan scelto per gli spot – riempiti di critiche per la loro evidente bruttezza – Sanremo torna a perturbare la cultura pop italiana (e noi, suoi improvvidi cantori).

Non sono bastate le catene di Sant’Antonio degli indignati girate vorticosamente sui social: “Boicottiamo Sanremo. Date da mangiare ai terremotati invece di sprecare i soldi pubblici per cachet milionari”. La dose di polemiche populiste, oltre a tranquillizzare la coscienza dei loro autori e a divertirci per la loro sfacciata banalità, hanno dato altra linfa vitale al programma più commentato della tv nazionale. Tante le volte in cui se ne sono cantati i funerali, altrettante le occasioni per risorgere dalle proprie ceneri, novella araba Fenice catodica.

Il suo elisir di lunga giovinezza – e l’edizione di quest’anno ne è l’ennesima e perfetta dimostrazione – è la composizione della totalità. All inclusive. Tutto e tutti dentro. Nessun escluso.

La ricerca della pietra filosofale della concordia, però, sarebbe impensabile senza l’alchimista perfetto: Carlo Conti. Il novello Pippo Baudo che unisce tradizione e innovazione, leggerezza e professionalità. O come direbbero gli sceneggiatori della serie tv “Boris”: “il peggior conservatorismo che si tinge di simpatia, di colore, di paillette”. Spalleggiato nella conduzione dalla sua nemesi silenziosa, Nostra Signora dell’auditel di Mediaset, Maria De Filippi. E anche le critiche sono state addomesticate: la De Filippi, con un coup de theatre da vera professionista del gradimento, non ha voluto alcun cachet.

Il processo di sintesi, il vero partito della Nazione, è compiuto. Il patto dell’Ariston e non del Nazareno: gli opposti – veterani e giovani turchi, conservatori e rivoluzionari, indignati e populisti – uniti perché “the show must go on”.

Per questo, chiunque voglia valutare – con il rigore del sismologo libero da pregiudizi – lo stato di salute della Penisola, non può esimersi dall’accendere la televisione. Perché? Perché Sanremo, e solo Sanremo, è il sismografo sociale perfetto, capace di registrare tutto lo sciame sismico dello spirito del nostro tempo (anche quelle scosse che preferiremmo non sentire).

D’altronde, “tutti sono cantati da Sanremo”.