LA DIRITTA VIA / 2 – Gli ignavi e l’elogio dell’indifferenza

La seconda puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di giovedì 14 gennaio 2021 – Li incontriamo nell’anticamera dell’inferno, sono mischiati ai ‘neutrali’, “a quel cattivo coro di angeli egoisti, non ribelli a Dio ma neppur fedeli”.  “Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Gli ignavi. Sono definiti così scomodando il termine latino “ignavus”, l’aggettivo composto da “in” privativo e “gnavus/navus” che significa attivo, operoso. 

Si tratterebbe dunque di persone pigre, di persone inattive. Pusillanimi? Non esattamente. Nel caso della Divina Commedia non ci si riferisce tanto all’attività fisica, quanto alla pigrizia sociale. L’ignavo dantesco è la persona che non fa scelte politiche. È uno che non affronta le conseguenze che potrebbero derivare dalla sua collocazione politica, se non addirittura partitica.

Incontrando i cosiddetti ignavi (un’attribuzione – in realtà – mai usata nella Divina Commedia, ma nata in seno alle interpretazioni successive), Dante li bolla come vili. 

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Tecnica di un colpo di stato, da Malaparte a Trump

Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 9 gennaio 2020 – “Che a difendere la libertà ci si rimette sempre” scriveva Curzio Malaparte nella prefazione del suo Tecnica di un colpo di stato, un asciutto e raffinato saggio politico scritto in francese e pubblicato a Parigi nel 1931, arrivato in Italia soltanto nel 1948. Un caso letterario pericoloso – tanto che Mussolini e Hitler ne proibirono la diffusione – che andrebbe riscoperto e studiato alla luce delle folli giornate che hanno sconvolto l’America.  

Bisogna svegliare, scrive Malaparte molti decenni fa, qualche preoccupazione e qualche inquietudine “anche negli uomini liberi dei paesi meglio organizzati dell’Europa d’Occidente”. 

Da giornalista politico e scrittore camaleontico, Malaparte intuisce con lucidità i dati profondi di un’epoca ai suoi albori. Comprende che il colpo di stato è diventato un fenomeno essenziale della vita moderna. Nessuna società è immune da questo morbo, scrive all’inizio degli anni Trenta, nemmeno le democrazie parlamentari che hanno “un’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà”. In questa nuova realtà il problema dello stato non è più soltanto un problema di autorità: è anche un problema di libertà. Malaparte si pone una domanda moderna: “se i sistemi di polizia si rilevano insufficienti a difendere lo Stato contro un eventuale tentativo comunista o fascista, a quali misure può e deve ricorrere un governo senza porre in pericolo la libertà del popolo?”.

Gli storici ufficiali non hanno compreso questo fenomeno, perché hanno dimenticato un dato fondamentale: il colpo di stato è, prima di tutto, una costruzione tecnica. Da Catilina a Silla, da Bonaparte a Trotzky, da Mussolini a Hitler: non c’è alcuna differenza sostanziale tra i catilinari di destra e i catilinari di sinistra (per Malaparte i golpisti sono tutti figli del senatore romano Catilina accusato da Cicerone). Per mettere in atto un colpo di stato efficace, bisogna appropriarsi di una techne neutra.

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LA DIRITTA VIA / 1 – Nella città dolente i peccati sono reati

LA DIRITTA VIA – La prima puntata della mia nuova rubrica uscita sabato 2 gennaio 2021 su “Il Riformista”. Una rilettura pop e garantista della Divina Commedia a settecento anni dalla morte di Dante – “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita”. 

La “via diritta” che seguiremo in questa rubrica, mescolando l’immaginario dantesco con l’orizzonte culturale contemporaneo, è letteralmente la via del “diritto”. Il termine che abitualmente utilizziamo in ambito giuridico, infatti, deriva dal latino directum, “ciò che segue un movimento in linea retta”. Come suggerisce il lemma in tutte le lingue di matrice indoeuropea – l’inglese right, il tedesco recht e il francese droit – il diritto è ciò che segue un percorso rettilineo, è una strada senza curve, una via diritta senza deviazioni. 

Il diritto è la “via diritta” che si fa metafora di un comportamento conforme alle regole (morali oltre che giuridiche) che conduce alla rettitudine. 

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Adieu, Philippe!

Articolo uscito su “Il Riformista” del 3 settembre 2020 – Il dandy ha “il dono della facoltà di vedere” insieme alla “potenza di esprimere” – ha scritto Charles Baudelaire – ma è come un “sole al tramonto” perché emana un “ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza”. 

Una definizione su misura per il nostro Philippe Daverio, l’ultimo dandy di cui piangiamo oggi la scomparsa. Con i suoi panciotti policromi e il suo inconfondibile papillon, rappresentava un maestro di stile, la via eccentrica della critica d’arte nostrana, sempre attenta alla ricerca del bello ma con la capacità di raccontarlo in territori extra-accademici.   

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Ennio Morricone e la voce della nostalgia

Schermata 2020-07-11 alle 08.07.12Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 11 luglio 2020 – Salvatore (interpretato magnificamente da Jacques Perrin) – un regista siciliano di successo, trapiantato a Roma da trent’anni – scopre che l’amico d’infanzia Alfredo è morto. Da qui parte un lunghissimo flashback che ci riporta nel secondo dopoguerra, in una Sicilia onirica e premoderna. Il piccolo Totò vive a Giancaldo, un paesino immaginario che assurge a luogo della memoria e del ricordo di un mondo perduto e schiacciato dal progresso.

nuovo-cinema-paradiso-oscar-30-anni-fa-copiaNon tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu” aveva detto Alfredo, ormai cieco dopo l’incendio del Nuovo Cinema Paradiso, al giovane Totò restio a lasciare la sua terra natia, l’immobile e bellissima Sicilia. Quando finalmente si convince a salire sul treno, partono note del brano di Ennio Morricone Infanzia e maturità.

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Appunti dalla catastrofe – decima puntata

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Decima e ultima puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista”. L’articolo di sabato 6 giugno – “Straordinaria non è vero? E niente dialoghi, a noi non occorrevano i dialoghi. Bastava il volto! E dove, dove sono i volti di un tempo? Forse uno, la Garbo. Ah, questi idioti produttori, questi imbecilli, dove hanno gli occhi? Hanno dimenticato cosa vuol dire essere una Diva. Io glielo insegnerò, perché io trionferò ancora!”. Norma Desmond urla queste frasi furibonda. In uno scenario sufficientemente decadente e gotico, illuminata dal fascio di luce intermittente del proiettore e circondata da una nuvola di fumo, lancia il suo grido disperato, reclama il proprio diritto ad essere ricordata.

Una delle scene memorabili di Sunset Boulevard, il film capolavoro di Billy Wilder che compie settant’anni e non è invecchiato di un giorno.

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Buon compleanno Clint Eastwood!

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Articolo uscito su Il Riformista di sabato 30 maggio 2020 – “Alla fine della mia vita diranno: Era l’uomo arrivato dal nulla… Se n’è andato come è venuto”. Clint Eastwood – il volto dello straniero senza nome, l’eroe-fantasma venuto dal nulla e tornato nel nulla – compie novant’anni, ma non sembra intenzionato a scomparire.

Il 31 maggio del 1930 nasceva una leggenda della storia del cinema, l’ultimo dei classici viventi, capace di risimbolizzare all’infinito i generi tradizionali e fondativi del paradigma occidentale, dall’epopea western alla tragedia greca.    Continua a leggere

Appunti dalla catastrofe – nona puntata

Nona puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista”. L’articolo di martedì 26 maggio

“Credo che la vita ci sembrerebbe improvvisamente deliziosa, se fossimo minacciati dalla morte come voi dite. Pensate, in effetti, quanti progetti, viaggi, amori, studi, lei – la nostra vita – tiene in stato di dissoluzione, invisibili alla nostra pigrizia che, sicura del futuro, li rimanda senza tregua. Ma se tutto questo rischia di essere per sempre impossibile, come ridiventerebbe bello! Ah! Se solo il cataclisma per questa volta non avesse luogo, non mancheremo di visitare le nuove sale del Louvre, di gettarci ai piedi della signorina X, di visitare le Indie”. 

Con queste parole Proust risponde alla domanda posta dal quotidiano francese “L’intransigeant” nell’agosto del 1922: : “Uno scienziato americano annuncia la fine del mondo, o almeno la distruzione di una così vasta parte dei continenti, e in maniera così improvvisa, da rendere certa la morte per milioni di esseri umani. Se questa divenisse certezza, quali ne sarebbero, a parte il vostro, gli effetti sull’attività degli uomini tra il momento dell’acquisizione di tale certezza e il minuto del cataclisma? Infine, quanto a voi personalmente, che cosa fareste prima dell’ultima ora?”

Appunti dalla catastrofe – ottava puntata

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Ottava puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 14 maggio – “In virtù dei poteri a me conferiti dall’articolo 47, paragrafo 7, comma 16 dell’Ordine del Consiglio dichiaro che il signor Tuttle Archibald è stato convocato dal Ministero dell’Informazione per essere interrogato e dovrà accollarsi le spese procedurali come specificato dall’Ordine del Consiglio RB/CZ/907/X”.

Irrompe – sfondando il soffitto, come in una studiata operazione antiterrorismo – una squadra armata di agenti del governo, mentre la famiglia Buttle è intenta a festeggiare tranquillamente il Natale in un modesto appartamento di periferia.

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Appunti dalla catastrofe – settima puntata

Schermata 2020-05-07 alle 07.50.09.pngLa settima puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 7 maggio – “È tarda notte. Il Segretario Generale riceve finalmente un disco – registrato rocambolescamente da terrorizzati musicisti di “Radio Mosca” – con l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23, K. 488 in La maggiore di W. A. Mozart.

Nella custodia del vinile c’è anche un biglietto: “Iosif Stalin hai tradito la nostra nazione e oppresso il suo popolo. Prego per la tua fine e chiedo al Signore di perdonarti, tiranno!”. Mentre si diffondono le sublimi note dell’Adagio mozartiano, il Compagno Stalin legge le parole irriverenti firmate da una coraggiosa ribelle e sghignazza divertito. Mentre ride, improvvisamente, si stringe il petto e si accascia a terra privo di sensi.

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