LA DIRITTA VIA /5 – Il peccato di gola

Hieronimus Bosch, I peccati capitali (la Gola)

La quinta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di sabato 25 febbraio 2021 – Siamo sotto “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”. C’è una sensazione di già visto. Anche Cerbero non è nuovo. È un mostro dell’Averno. Virgilio ce lo consegna nel libro VI dell’Eneide e Dante lo mette a guardia del girone nel sesto canto dell’Inferno. “I miseri profani” sono stesi per terra in mezzo a fango putrido come animali. Urlano come cani e strisciano come vermi. 

La descrizione della colpa è affidata a un certo Ciacco, l’unico che si solleva dalla melma che “pute”, un fiorentino il cui soprannome in dialetto significa “porco”. Gli spiriti dannati stanno scontando la dannosa colpa de la gola. Come in vita erano andati dietro alle grandi raffinatezze gastronomiche, i golosi per contrappasso sono sdraiati nel fango maleodorante come maiali. I peccatori, abituati alla varietà luculliana delle vivande, sono flagellati da una pioggia immutabile. “Mai non c’è nova”.  

Il peccato di gola è una cosa seria per l’epoca. Nella teologia cristiana è uno dei sette peccati capitali. Tommaso D’Aquino ne definisce la portata: l’essere umano quando “eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande” fa peccato.

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LA DIRITTA VIA/4 – Tempesta d’amore

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)

La quarta puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di mercoledì 10 febbraio 2021 – “In quel luogo privo di luce / si urlava come il mare tempestoso, / agitato da venti contrari”. Questo è il primo vero scenario infernale. Buio pesto e aria pesante. 

Un gran vento agita e percuote le anime dei dannati: “Una bufera mai doma/ travolgeva nel turbinio gli spiriti, tormentandoli e sbattendoli con violenza”. Questa è la prima pena da cui risalire alla colpa dei condannati. 

“Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali”. Sono i lussuriosi e, a una prima lettura, queste anime dovrebbero espiare nella bufera il peccato della carne. Anche per loro si applicherebbe la legge del contrappasso che governa l’aldilà infernale: la regola secondo cui la pena esprime l’esatto contrario della colpa (dal latino contra e patior, patire il contrario). La punizione come l’opposto della colpa in vita. 

Ma se consideriamo meglio le cose, non siamo certo di fronte a una punizione così pesante ed esemplare. Dante anticipa la tolleranza dei moderni, è benevolo verso le passioni carnali. Il girone è quello più lontano dal centro dell’inferno e la condanna è tutto meno che terribile. In effetti, la pena è affine al peccato; è proprio il suo equivalente. I lussuriosi vengono trascinati in una grande tempesta, come in vita si sono lasciati trasportare da una libidine smisurata. Anche Saffo aveva descritto la passione “come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna”.

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LA DIRITTA VIA/3 – Siamo in un Limbo

Vi è un luogo di sospiri che fanno tremare l’aria etterna. Un dolore insopportabile per l’eternità, non provocato da pene fisiche, ma insostenibile nell’animo. Un malanimo che sale da una folla addolorata “d’infanti e di femmine e di viri”. Gente che sanza speme vive in disio” e che staziona nel luogo più buio della Divina Commedia, gente di molto valore “che ’n quel Limbo eran sospesi”

Il Limbo, dal latino limbus ‘orlo, bordo’; di più non sappiamo di questa parola di origine sconosciuta. Un bordo, un margine, un orlo, un limite. Un al di qua e un al di là del fiume Acheronte, le acque destinate per l’eternità a separare il mondo dei vivi dagli inferi. Una soglia che ha rappresentato, in tutte le culture del mondo occidentale, la transizione dalla vita alla morte, il primo viaggio senza ritorno verso l’Oltretomba. 

Il termine e il luogo non li ha coniati Dante, anche se all’inizio del Trecento il Limbo era stato inventato da poco. Questo inferno più mite, maturato a partire dall’espressione limbus inferni usata dai teologi occidentali alla fine del XII secolo, racconta il “destino dell’umanità non battezzata ma innocente: un’umanità il cui statuto divenne così residuale” come scrive Chiara Franceschini nella sua imponente e documentata Storia del limbo, da Agostino a Lutero. 

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LA DIRITTA VIA / 2 – Gli ignavi e l’elogio dell’indifferenza

La seconda puntata della rubrica “La diritta via” su Il Riformista di giovedì 14 gennaio 2021 – Li incontriamo nell’anticamera dell’inferno, sono mischiati ai ‘neutrali’, “a quel cattivo coro di angeli egoisti, non ribelli a Dio ma neppur fedeli”.  “Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Gli ignavi. Sono definiti così scomodando il termine latino “ignavus”, l’aggettivo composto da “in” privativo e “gnavus/navus” che significa attivo, operoso. 

Si tratterebbe dunque di persone pigre, di persone inattive. Pusillanimi? Non esattamente. Nel caso della Divina Commedia non ci si riferisce tanto all’attività fisica, quanto alla pigrizia sociale. L’ignavo dantesco è la persona che non fa scelte politiche. È uno che non affronta le conseguenze che potrebbero derivare dalla sua collocazione politica, se non addirittura partitica.

Incontrando i cosiddetti ignavi (un’attribuzione – in realtà – mai usata nella Divina Commedia, ma nata in seno alle interpretazioni successive), Dante li bolla come vili. 

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Tecnica di un colpo di stato, da Malaparte a Trump

Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 9 gennaio 2020 – “Che a difendere la libertà ci si rimette sempre” scriveva Curzio Malaparte nella prefazione del suo Tecnica di un colpo di stato, un asciutto e raffinato saggio politico scritto in francese e pubblicato a Parigi nel 1931, arrivato in Italia soltanto nel 1948. Un caso letterario pericoloso – tanto che Mussolini e Hitler ne proibirono la diffusione – che andrebbe riscoperto e studiato alla luce delle folli giornate che hanno sconvolto l’America.  

Bisogna svegliare, scrive Malaparte molti decenni fa, qualche preoccupazione e qualche inquietudine “anche negli uomini liberi dei paesi meglio organizzati dell’Europa d’Occidente”. 

Da giornalista politico e scrittore camaleontico, Malaparte intuisce con lucidità i dati profondi di un’epoca ai suoi albori. Comprende che il colpo di stato è diventato un fenomeno essenziale della vita moderna. Nessuna società è immune da questo morbo, scrive all’inizio degli anni Trenta, nemmeno le democrazie parlamentari che hanno “un’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà”. In questa nuova realtà il problema dello stato non è più soltanto un problema di autorità: è anche un problema di libertà. Malaparte si pone una domanda moderna: “se i sistemi di polizia si rilevano insufficienti a difendere lo Stato contro un eventuale tentativo comunista o fascista, a quali misure può e deve ricorrere un governo senza porre in pericolo la libertà del popolo?”.

Gli storici ufficiali non hanno compreso questo fenomeno, perché hanno dimenticato un dato fondamentale: il colpo di stato è, prima di tutto, una costruzione tecnica. Da Catilina a Silla, da Bonaparte a Trotzky, da Mussolini a Hitler: non c’è alcuna differenza sostanziale tra i catilinari di destra e i catilinari di sinistra (per Malaparte i golpisti sono tutti figli del senatore romano Catilina accusato da Cicerone). Per mettere in atto un colpo di stato efficace, bisogna appropriarsi di una techne neutra.

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LA DIRITTA VIA / 1 – Nella città dolente i peccati sono reati

LA DIRITTA VIA – La prima puntata della mia nuova rubrica uscita sabato 2 gennaio 2021 su “Il Riformista”. Una rilettura pop e garantista della Divina Commedia a settecento anni dalla morte di Dante – “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita”. 

La “via diritta” che seguiremo in questa rubrica, mescolando l’immaginario dantesco con l’orizzonte culturale contemporaneo, è letteralmente la via del “diritto”. Il termine che abitualmente utilizziamo in ambito giuridico, infatti, deriva dal latino directum, “ciò che segue un movimento in linea retta”. Come suggerisce il lemma in tutte le lingue di matrice indoeuropea – l’inglese right, il tedesco recht e il francese droit – il diritto è ciò che segue un percorso rettilineo, è una strada senza curve, una via diritta senza deviazioni. 

Il diritto è la “via diritta” che si fa metafora di un comportamento conforme alle regole (morali oltre che giuridiche) che conduce alla rettitudine. 

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Adieu, Philippe!

Articolo uscito su “Il Riformista” del 3 settembre 2020 – Il dandy ha “il dono della facoltà di vedere” insieme alla “potenza di esprimere” – ha scritto Charles Baudelaire – ma è come un “sole al tramonto” perché emana un “ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza”. 

Una definizione su misura per il nostro Philippe Daverio, l’ultimo dandy di cui piangiamo oggi la scomparsa. Con i suoi panciotti policromi e il suo inconfondibile papillon, rappresentava un maestro di stile, la via eccentrica della critica d’arte nostrana, sempre attenta alla ricerca del bello ma con la capacità di raccontarlo in territori extra-accademici.   

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Ennio Morricone e la voce della nostalgia

Schermata 2020-07-11 alle 08.07.12Articolo uscito su “Il Riformista” di sabato 11 luglio 2020 – Salvatore (interpretato magnificamente da Jacques Perrin) – un regista siciliano di successo, trapiantato a Roma da trent’anni – scopre che l’amico d’infanzia Alfredo è morto. Da qui parte un lunghissimo flashback che ci riporta nel secondo dopoguerra, in una Sicilia onirica e premoderna. Il piccolo Totò vive a Giancaldo, un paesino immaginario che assurge a luogo della memoria e del ricordo di un mondo perduto e schiacciato dal progresso.

nuovo-cinema-paradiso-oscar-30-anni-fa-copiaNon tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu” aveva detto Alfredo, ormai cieco dopo l’incendio del Nuovo Cinema Paradiso, al giovane Totò restio a lasciare la sua terra natia, l’immobile e bellissima Sicilia. Quando finalmente si convince a salire sul treno, partono note del brano di Ennio Morricone Infanzia e maturità.

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La filosofia di Dylan Dog secondo Giulio Giorello

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Articolo in memoriam di Giulio Giorello (scomparso il 15 giugno 2020) uscito su “Il Riformista” del 27 giugno 2020 – Scoprii casualmente, dopo averlo conosciuto in un’occasione accademica durante i miei studi universitari, che quello che per me era il prof. Giorello – blasonato filosofo della scienza e stimato docente universitario – era un appassionato e onnivoro lettore dei fumetti, oltre che una persona di rara umanità e di straordinaria cultura.

Nel 2011, in occasione della prima edizione del mio festival Popsophia, lo chiamai – non senza un po’ del timore reverenziale che si ha per i veri Maestri – per invitarlo a cimentarsi in un’operazione squisitamente antiaccademica: tratteggiare un ritratto pop filosofico di quello che, per me, era il vero “pensatore del sospetto” del mondo dei fumetti nostrani, Dylan Dog. Pensavo storcesse il naso all’idea di intervenire sulla filosofia dell’indagatore dell’incubo.

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Appunti dalla catastrofe – decima puntata

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Decima e ultima puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista”. L’articolo di sabato 6 giugno – “Straordinaria non è vero? E niente dialoghi, a noi non occorrevano i dialoghi. Bastava il volto! E dove, dove sono i volti di un tempo? Forse uno, la Garbo. Ah, questi idioti produttori, questi imbecilli, dove hanno gli occhi? Hanno dimenticato cosa vuol dire essere una Diva. Io glielo insegnerò, perché io trionferò ancora!”. Norma Desmond urla queste frasi furibonda. In uno scenario sufficientemente decadente e gotico, illuminata dal fascio di luce intermittente del proiettore e circondata da una nuvola di fumo, lancia il suo grido disperato, reclama il proprio diritto ad essere ricordata.

Una delle scene memorabili di Sunset Boulevard, il film capolavoro di Billy Wilder che compie settant’anni e non è invecchiato di un giorno.

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