LA DIRITTA VIA 11 / Lunga vita ai traditori!

L’ultima puntata della mia rubrica dantesca “La Diritta Via” su “Il Riformista” di venerdì 11 giugno 2021 – Si intravedono i vessilli, Vexilla regis prodeunt. Stiamo per toccare il punto più basso dell’aberrazione umana. Aspettiamo questo momento dall’inizio del viaggio. I Vexilla Inferni, i segni del re degli inferi, procedono verso di noi. Non sono quelli della vera Croce come negli inni del Venerdì Santo, ma del suo oppositore.

Siamo al centro dell’inferno. Siamo lungo uno dei cinque fiumi mitologici degli Inferi: il Cocito, il “fiume di ghiaccio”. 

L’ultimo canto, il trentaquattresimo. Dante e Virgilio vengono al cospetto del principio di ogni male, Lucifero

Spira un vento freddo da rabbrividire e le ombre dei dannati sono tutte affondate nel ghiaccio, e si intravedono come pagliuzze sottovetro.

Il luogo più freddo e desolato dell’universo. È la Giudecca. Il termine indica il quartiere ebraico (dal latino judaeus). Nella Giudecca gli ebrei venivano anticamente confinati. Omen est nomen. Cosa c’è di più inospitale di un quartiere ebraico? Con buona pace del politicamente corretto.

Nella ghiaccia della “Judaica” le anime sono sdraiate, a testa in su o in giù, diritte o rovesciate, ma tutte cristallizzate e silenziose. Tutte anonime. Nessun dannato viene individuato da Dante, né tantomeno da Virgilio. 

Non vengono date spiegazioni. Si presume che insieme al popolo ebraico vi siano congelati i peccatori verso la Chiesa e verso l’Impero. Probabilmente tutti quelli che hanno agito contro i loro benefattori. 

A capirne di più ci può aiutare “la creatura ch’ebbe il bel sembiante”. Virgilio lo introduce da par suo: “Ecco il luogo dove conviene armarsi di coraggio”.

Aumenta la suspence. Dante diviene “gelato e fioco”, che è meglio non chiedere spiegazioni, “ch’ogne parlar sarebbe poco”; le parole non sono sufficienti. 

Una visione mozzafiato, che “non morì e non rimasi vivo”. L’apparizione ti lascia senza vita e senza morte. “Lo ‘mperador del doloroso regno da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia”. L’imperatore del male conficcato nel ghiaccio fino al petto, con la sua regalità infernale. 

Ma come è fatto Lucifero? La domanda è pertinente, se ancora oggi usiamo l’aggettivo luciferino a sproposito. La sua rappresentazione non è una questione di poco conto nella costruzione dell’immaginario contemporaneo. Il diavolo e l’inferno hanno tormentato l’uomo medievale. Per Jacques Le Goff, il maggiore intellettuale della Nouvelle Histoire, il diavolo è stato “la grande creazione del cristianesimo durante il Medioevo”.

L’iconografia del demonio è molto significativa. Innanzitutto, Lucifero è brutto. È un angelo abbattuto, distrutto e fiaccato da Dio. Uno sconfitto portato all’impotenza. Come tutti i potenti decaduti può essere finalmente beffeggiato. Ieri come oggi niente è più liberatorio che ridicolizzare e rendere grottesca la figura della persona un tempo importante. 

Capace di trasformarsi e di camuffarsi, mostra essenzialmente due volti, quello del seduttore e quello del torturatore infernale. Il diavolo ammaliatore prende sembianze umane, soprattutto femminili e stringe patti con i peccatori. Il patto con il demonio ha essenzialmente prodotto la caccia alle streghe. Mentre il diavolo infernale del XIII e XIV secolo diventa un mostro, un incrocio tra l’uomo e la bestia, sempre dotato di corna, di coda e di ali. Il suo aspetto addirittura peggiorerà con la crisi del quattordicesimo secolo. Dopo le famigerate pestilenze del Trecento prevarrà l’esagerazione grottesca alla Bosch.

La figura del diavolo alimenta l’angoscia di ricchi e poveri. Non mancano santi uomini di Chiesa che, dopo averlo incontrato, ne hanno tracciato l’identikit in prediche e libri. Una figura, diremmo oggi, ‘pervasiva’ a tutto campo, dalla mentalità popolare alle forme più ricercate dell’arte.  

Il suo aspetto è terrificante. Lo troviamo nelle sculture, negli affreschi, nelle facciate delle chiese o al loro interno nei capitelli e nelle pitture.  I fedeli hanno paura del diavolo: sanno che può portare via l’anima e con essa la vita eterna. 

Poi arriva la grande paura della morte, non solo perché la peste nera l’avrebbe resa sempre presente, ma perché dal Trecento si incomincia a vivere in condizioni migliori. Più ci si lega alla vita e più si teme la morte. Il diavolo, incarnazione di tutte le inquietudini legate al senso di colpa e alla paura della morte, impone la sua presenza perturbante nel quotidiano. 

In Dante, però, Lucifero interpreta solo la parte del torturatore. L’inferno della Divina Commedia si appiattisce sulla crudeltà del supplizio e tutti i tormenti sono illustrati con truculento realismo.

Oggi sappiamo quanto le immagini siano state utili come veicolo di diffusione dei contenuti religiosi. La pittura ha sfamato la morbosità dei viziosi. Proprio con le immagini dei demoni e dei peccatori nasce la prima concretezza artistica italiana. Dentro al filone realistico si colloca il Giudizio finale del Battistero di Firenze, iniziato probabilmente nel 1225 e osservato minuziosamente da Dante. 

A onor del vero ci viene risparmiata gran parte degli elementi grotteschi (corna, artigli, serpenti) propri dell’iconografia dell’epoca. Rimangono le tre facce mostruose di Lucifero. Il vultus trifrons: il volto centrale rosso, quello chiaro a destra e quello scuro a sinistra. Le tre caratteristiche divine (podestà, sapienza e amore) sono in Lucifero all’opposto: impotenza, ignoranza e odio. L’antitesi perfetta.

Si conclude così l’impianto caricaturale dell’Inferno. In questo canto tutto risulta au contraire: i vessilli non sono quelli della croce, la “ghiaccia” ha preso il posto delle fiamme, Lucifero è tanto brutto quanto è stato bello un tempo e, infine, le tre facce sono quelle rovesciate della divina Trinità. Artifici magistrali degni della cinematografia goticacontemporanea.

L’impianto parodico consente di affrontare meglio la complessità della situazione. La parodia, più di tante parole, facilita la descrizione e la spiegazione di una condizione difficile. L’espediente scenico si impone da allora nelle dinamiche descrittive e ancora oggi il parossismo è una costante della cultura moderna.

L’arte e la letteratura, che in nessuna epoca sono state mai innocenti, hanno diffuso una visione precisa dell’aldilà, dei dannati, delle torture e dei demoni disgustosi. A fin di bene? Per suscitare quel sincero sgomento da indurre l’uomo medioevale a pentirsi e a salvarsi?

Sta di fatto che si è radicato potente il pregiudizio che il brutto sia il male. Il diavolo è sporco e deforme. Gli sporchi e deformi sono cattivi e i ‘segnati da Dio’ hanno qualcosa di demoniaco. È l’eredità avvelenata dell’uomo ‘timorato’.

Il Lucifero dantesco soddisfa le odierne curiosità di conoscere le sembianze del più cattivo dei cattivi. Dalla narrazione parodica abbiamo ricavato anche un utilissimo passe-partout. Vogliamo sapere come è fatto il male? Il contrario esatto del bene. E come è fatto il bene? Il contrario esatto del male. 

Ci rimane una curiosità ancora da soddisfare. Ora che abbiamo conosciuto il peggiore dei torturatori, chi sarà mai il peggiore dei peccatori? Il colpevole imperdonabile? Lucifero lo sbrana. Con tre facce, con tre bocche, ne sbrana tre. Tre sommi peccatori, gli unici nominati al centro dell’inferno, al centro della colpa, al centro del peccato.

Quello davanti ce lo indica Virgilio. È Giuda Iscariota. C’era da scommetterci per un demonio conficcato al centro della Giudecca. Chi più di Giuda è un giuda? 

Gli altri due rappresentano la vera conclusione del viaggio all’inferno. Sono i nemici dell’Impero. Marco Giunio Bruto e Cassio Longino. Due politici e senatori della tarda Repubblica romana, figure preminenti della congiura delle Idi di Marzo e assassini di Giulio Cesare.

“La morte di Cesare” di Vincenzo Camuccini

Giuda ha tradito Gesù e Bruto e Cassio hanno tradito Cesare, “il primo principe sommo”, fondatore dell’autorità imperiale voluta dalla Provvidenza e opera della Redenzione. Apparizioni funeste collocate nel centro geometrico dell’Universo. 

Nella terna Dante vuole bastonare chi insidia il potere. Sono questi i veri nemici di Dio, che affida proprio al potere la sopravvivenza degli uomini. Il castigo più severo va al peccato più grave: attentare al governo spirituale e al governo temporale.

Ben più pesante dei sette vizi capitali è il venir meno a un impegno di fedeltà e di lealtà: tradire. Dal latino tradere, dare oltre, trasmettere. L’immagine sostanziale del tradimento ci riporta alla mente un tradire molto fisico: dare al nemico, aiutare il nemico, consegnare al nemico. Giuda consegna Cristo. 

Proprio nel canto finale dell’inferno il tradimento si enfatizza. L’esagerazione lo esaspera. Per secoli le immagini di Giuda, Bruto e Cassio hanno rappresentato lo stereotipo del tradimento e della sua punizione.

Da allora l’infedeltà è una presenza costante ed ingombrante. Qualunque venir meno a un obbligo, a una fiducia, a una dedizione è tradimento. Tutto tradisce: lo sguardo tradisce un desiderio; la memoria ci tradisce; ci tradiamo da soli…

Il moralismo non rinuncia mai al tradimento. Piu il tradimento è condannato, più aumenta la schiera dei traditori. Ci si tratta vicendevolmente come dei Giuda, pronti a svendere famiglia, principi e partito per trenta denari. Le categorie dantesche godono di ottima salute nella retorica istituzionale. 

Chi tratterebbe oggi Bruto e Cassio da peccatori? Solo un fanatico. La condanna del tradimento è il principio fondante del fanatismo. 

Attenzione! “Il tradimento non trionfa mai: qual è il motivo? Perché se trionfa, nessuno osa chiamarlo tradimento” ha sentenziato il poeta John Harington. Questa è la verità che sappiamo e che non diciamo. Bruto e Cassio non sono peccatori, sono perdenti. 

In un momento storico in cui l’impegno solenne si è ridimensionato, dovremmo attenuare la nostra faziosità. Difficile! La storia la scrivono i vincitori. Sempre! E gli sconfitti sono spregevoli, sempre!

Ben prima di Dante. Ad Atene, dopo i Trenta Tiranni si regolarono i conti. Addirittura misero a morte Socrate per collaborazionismo. Promulgarono una legge che vietava di rievocare il passato, e tantomeno di reinterpretarlo. 

Da allora – dalla Roma imperiale alla Roma fascista, dall’inquisizione ai partiti comunisti, da Giuda a Trockij – i conti con la storia vengono fatti secondo lo stereotipo del tradimento e della sua punizione. 

Anche se, come ha scritto Curzio Malaparte, l’umanità si misura innanzitutto sul sacro rispetto dei vinti e degli sconfitti: “Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori”.  

Il modello dantesco resiste perché la libertà ci impaurisce, ci consegna al buio e all’incertezza. Solo Giulio Giorello ha provato a rovesciare il tavolo: “il tradimento è motore di cambiamenti necessari, può rivelarsi l’elemento portante dell’innovazione, se non addirittura il nucleo di un nuovo eroismo”.

A noi non rimane che applicare a Dante il suo stesso approccio parodico. E dire con Aldo Carotenuto: “Il tradimento è una rivolta: ogni rivoluzione s’iscrive nell’orbita del tradimento, è tradimento ogni opera d’arte che rompa un circuito obsoleto della conoscenza, è tradimento ogni nuova scoperta, è tradimento ogni originale movimento intellettuale”. Lunga vita ai traditori!

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