La filosofia di Dylan Dog secondo Giulio Giorello

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Articolo in memoriam di Giulio Giorello (scomparso il 15 giugno 2020) uscito su “Il Riformista” del 27 giugno 2020 – Scoprii casualmente, dopo averlo conosciuto in un’occasione accademica durante i miei studi universitari, che quello che per me era il prof. Giorello – blasonato filosofo della scienza e stimato docente universitario – era un appassionato e onnivoro lettore dei fumetti, oltre che una persona di rara umanità e di straordinaria cultura.

Nel 2011, in occasione della prima edizione del mio festival Popsophia, lo chiamai – non senza un po’ del timore reverenziale che si ha per i veri Maestri – per invitarlo a cimentarsi in un’operazione squisitamente antiaccademica: tratteggiare un ritratto pop filosofico di quello che, per me, era il vero “pensatore del sospetto” del mondo dei fumetti nostrani, Dylan Dog. Pensavo storcesse il naso all’idea di intervenire sulla filosofia dell’indagatore dell’incubo.

Ma non ci fu bisogno di convincerlo: accettò subito con entusiasmo.

Venne fuori questa bellissima intervista, ancora oggi cliccatissima su YouTube, in cui Giulio utilizza le battute icastiche di Groucho, i comportamenti anarchici di Dylan e le provocazioni di Xabaras per riflettere, con l’acume e la profondità che lo caratterizzavano, sul senso stesso della filosofia e della sua passione per la libertà.

Dylan Dog attraversa una Londra misteriosa popolata da bizzarri personaggi e si trova a risolvere enigmi che sfidano il buon senso. L’antieroe inventato da Tiziano Scavi riflette continuamente su se stesso, s’interroga ossessivamente sul senso dei casi che tenta di risolvere. Tuttavia, il suo approccio è “strano”, tutt’altro che convenzionale. Per ragionare Dylan utilizza il suo “quinto senso e mezzo”, va oltre la logica lineare del linguaggio. Potremmo dire che, a suo modo, Dylan Dog è un filosofo pop?

Credo di sì. Anzitutto diamo un esempio di come ragiona Dylan Dog. Partiamo dal primo incontro con uno dei nemici storici, Xabaras, personificazione di Satana e forse vero padre naturale di Dylan (o comunque possessore della chiave del suo destino). I due, seduti su delle comuni sedie, stanno discutendo: a un certo punto, Xabaras fa la mossa tipica del filosofo idealista e dice: “Guarda che tutto quello che ci circonda, comprese queste sedie, è una produzione della mia mente, una creazione del mio pensiero”. A questo scatenato idealismo Dylan ribatte: “Beh, visto che le hai pensate tu stesso, potevi anche pensarle un po’ meno dure”.

Dylan Dog lavora, così, dentro le pieghe della filosofia, e ironizza su quella che abbiamo imparato dai manuali, la filosofia delle formule scontate. Queste formule, svuotate e rigirate, diventano nuove, interessanti, perfino provocatorie. Per esempio, quante volte abbiamo visto l’immagine del cavaliere solitario che, sulla riva del mare, gioca a scacchi con la morte? Basta pensare alle memorabili inquadrature del Settimo sigillo di Ingmar Bergman. Anche Dylan Dog fa la sua partita con la morte e ci ricorda che il mondo è una scacchiera, come ci ha insegnato Wittgenstein.

In un fumetto ci sono anche i disegni. È questo il bello: il fumetto mette insieme parole e figure in sequenze temporali. È proprio questo ci fa riflettere. Aristotele direbbe che la contemplazione delle forme “ci fa imparare e ci fa ragionare”. Anche Dylan ci fa imparare e ci fa ragionare, in aggiunta con un grande piacere: il piacere dell’ironia.

L’ironia è arma filosofica molto antica. Da Socrate in poi è stata usata per smascherare la retorica su cui si fonda ogni discorso che pretende di dire la Verità. In che modo particolare vi ricorrono Dylan e i suoi compagni di viaggio?

Per primo bisogna capire su che cosa Dylan e la sua banda facciano dell’ironia. La risposta è abbastanza semplice: su cose pericolose. E non c’è niente di più pericoloso di ciò in cui non si crede. (Detto per inciso, io, essendo ateo, ho una matta paura di Dio).

Talvolta temiamo di più proprio ciò che non c’è. E cosa teme Dylan nelle sue battaglie? La morte. Ma come diceva Epicuro, “quando ci siamo noi, la morte non c’è; quando ci sarà la morte, non ci saremo noi”. La presenza della morte è una cosa che la logica dovrebbe eliminare; eppure, la paura resta.

Dylan ci insegna allora che il lavoro filosofico è essenzialmente il lavoro sulla nostra incompletezza, sulla nostra finitezza, sul nostro essere sempre condizionati da qualcosa. Come il galeone che lui costruisce nei momenti di tempo libero, è un lavoro interminabile nel vero senso della parola. Completarlo richiederebbe una perfezione infinita, e noi l’infinito non possiamo raggiungerlo. Al contrario, è l’infinito che può raggiungere noi; può coglierci di sorpresa, qualunque nome noi gli diamo: Assoluto, Dio, Perfezione o magari Nulla, come pensano molte filosofie orientali. Il tentativo di Dylan, invece, è di ridere dentro la nostra finitezza, di ironizzare sul fatto che appena si nasce si comincia a morire. La bellezza di questo fumetto è, dunque, nel suo umorismo intelligente, a proposito dei limiti della nostra condizione esistenziale. Ma ironizzare su tali limiti non vuol dire negarli. Al contrario, vuol dire capirli meglio: vuol dire entrare meglio nel gioco della vita.

La filosofia è spesso imprigionata nell’ossessione di definire l’identità dei suoi oggetti. Al contrario, uno dei temi ricorrenti in Dylan Dog è la duplicità dell’identità. Il fumetto sembra mettere in scena un inquietante “pluriverso del sé”. In che senso, allora, l’identità dei personaggi è costitutivamente ambigua e duplice?

La questione dell’identità è una sorta di cappio che ci prende dentro. Per capirlo prendiamo un esempio tratto da Dylan Dog n. 298, intitolato La testa del killer.

A prima vita, la storia pare abbastanza banale. Lenny è perseguitato dalla sua metà oscura: la parte di male che ha espulso diventa un nemico che lo vuole annientare. Insomma, una storia che abbiamo vista mille volte al cinema: dai film tratti dai racconti di Stephen King ai B-movies dell’orrore.

Il doppio torna come un’ombra, e ci perseguita. Ma in quel numero di Dylan Dog c’è un colpo di scena. Alla fine si scopre che non è la persona buona che ha sognato quella cattiva e gli ha dato sostanza, ma è la metà cattiva che ha sognato quella buona e che, alla fine, si trova schiacciata da quello strano doppio. La storia mostra come l’identità personale sia simile a quello che i matematici chiamiamo nastro di Möbius, una superficie chiusa piuttosto particolare. Se si parte dall’interno, percorrendola tutta, ci si ritrova all’esterno. Lo stesso capita con l’identità. Che è qualcosa di cangiante: soltanto localmente, pezzettino per pezzettino del nastro di Möbius, noi manteniamo la distinzione tra interno ed esterno. Buono e cattivo sono percepiti come distinti. Ma globalmente sono la stessa persona. Quello che noi abbiamo identificato con il buono in realtà era il cattivo e quello che era il cattivo, sarà la vittima del buono.

La distinzione tra buono e cattivo, morale e immorale, domestico o straniero, è sempre una questione locale. Dipende, cioè, da dove ti collochi nel nastro di Möbius. Globalmente è difficile tracciare la linea di demarcazione. Il confine, come l’orizzonte, ci sfugge continuamente.

Le identità sono importanti e interessanti modalità di parlare, sono costruzioni della lingua, ma possono diventare anche delle prigioni. Quando uno vuole evadere, deve sottoporre a tensione il linguaggio e rompere la tradizione consolidata. Può abbandonare l’identità precedente.

In quasi tutte le storie di Dylan Dog, fino all’ultima vignetta, anche il confine tra realtà e finzione è incerto. L’intera vicenda potrebbe essere soltanto un lungo sogno del protagonista. Qual è il significato di tale realtà onirica nel fumetto?

Anche qui ci viene in soccorso il nastro di Möbius: cominciamo a pensare che questa sia la realtà e che quell’altra sia il sogno, poi scopriamo che i due lati si sono scambiati i ruoli. Come capita in una della commedie/tragedie più inquietanti che Shakespeare abbia mai scritto, La tempesta. Siamo fatti della stessa fabric, cioè della stessa “stoffa” di cui sono fatti i sogni. E in Dylan c’è un continuo scambio tra sogno e realtà. E ha una funzione narrativa essenziale. Nelle ultime battute di quasi ogni numero quella che sembrava la versione di common sense viene rovesciata. Il finale è sempre un non finale. Magari il “cattivo” risorge, magari l’anima inquieta torna a vagare nella zona del crepuscolo, magari il bravo bambino insidiato dalle ombre mostrerà di essere un tipo pestifero da cui le ombre hanno tutto il diritto di scappare.

giorelloInsomma, i confini cambiano sotto il naso del lettore, che rimane sorpreso da questi finali che non sono finali. Se potesse esserci una conclusione della storia, allora sarebbe compiuto anche il galeone. Invece, il galeone è sempre lì che viaggia. Ma verso dove?

Potremmo rispondere con una battuta di un grandissimo matematico che con i sogni ci sapeva fare, Keplero. In una missiva a Galileo dice: “Prendiamo i nostri galeoni, andiamo avanti nel cielo, oltre la Luna”. E nel Dylan n. 250 dal titolo Ascensore per l’inferno, il meraviglioso galeone si deforma: da modellino diventa una vera nave e avanza, con la Luna sullo sfondo nel cielo stellato. Anche la nostra nave non arriverà mai in un porto definitivo, fuori dai flutti e dalle tempeste. Non c’è mai un punto di partenza stabile e un punto di arrivo altrettanto stabile; siamo sempre condannati a navigare in eterno. E allora, come facciamo se la nostra imbarcazione subisce un qualche guaio? La rattoppiamo prendendo un pezzo di qui e uno di là.

Questa perpetua navigazione è la nostra storia. E tale storia – ci racconta un inquieto filosofo dublinese che gira da un pub all’altro e si chiama Stephen Dedalus – “è l’incubo dal quale noi cerchiamo di destarci”. Il problema è che, una volta svegli, la realtà potrebbe essere ancora un incubo…

In questo viaggio alla deriva Dylan Dog incontra una serie sterminata di personaggi femminili. Oltre che un inquieto spirito libero, Dylan si dimostra un impenitente Don Giovanni. Ma qual è il senso di questa sua incessante ricerca della donna giusta?

Dylan non conquista le donne per il “piacer di porle in lista”. È una sorta di Don Giovanni sprovveduto, e questa mancanza di astuzia lo rende così innocente, da farlo diventare piacevole nella ripetizione. Le sue donne cambiano in continuazione: belle, sensuali, secchione, assassine, vampire, prostitute, ecc… Così, Dylan Dog è un fumetto che esalta di continuo la figura femminile, anzi le figure femminili nella loro differenza. Non ce n’è una uguale all’altra!

Dylan è un tipo fragile, come moltissimi di noi. Per questo è così simpatico a noi filosofi che ci sentiamo particolarmente fragili. E lo siamo, perché la parola, il ragionamento, la narrazione si rompono spesso contro la durezza della realtà, contro “l’incubo da cui vorrei svegliarmi”.

Dylan Dog è una rassegna di varia umanità. Possiamo definirlo una vera e propria un’apologia degli ultimi, dei mostri, anzi, degli straordinari nell’ordinario? 

Di più. Dylan Dog è un’apologia dello straniero. Ma il primo straniero siamo noi stessi. Siamo stranieri a noi stessi. Non c’è cosa più difficile che mettere in pratica il motto dell’oracolo di Delfi, che ironicamente Socrate faceva suo: “Conosci te stesso”. Socrate lo opponeva a tutti quelli che proclamavano con sicurezza “questo è il giusto, questo è il santo, questa è la virtù militare, questa è l’arte politica”. E il filosofo ribatte: “Comincia col conoscere te stesso, perché non ti conosci abbastanza”.

Dylan ci dice di non avere troppa paura degli altri, che risultano essere solo maschere del proprio sé. Come si legge ancora in Joyce: “Noi siamo tenebre che splendono nella luce”, e la luce non ci ha compresi.

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