Appunti dalla catastrofe – ottava puntata

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Ottava puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di giovedì 14 maggio – “In virtù dei poteri a me conferiti dall’articolo 47, paragrafo 7, comma 16 dell’Ordine del Consiglio dichiaro che il signor Tuttle Archibald è stato convocato dal Ministero dell’Informazione per essere interrogato e dovrà accollarsi le spese procedurali come specificato dall’Ordine del Consiglio RB/CZ/907/X”.

Irrompe – sfondando il soffitto, come in una studiata operazione antiterrorismo – una squadra armata di agenti del governo, mentre la famiglia Buttle è intenta a festeggiare tranquillamente il Natale in un modesto appartamento di periferia.

Le guardie incappucciano e immobilizzano il malcapitato capofamiglia, senza permettergli di dire nulla. Il responsabile dell’operazione si accerta che la moglie – impegnata a tranquillizzare i figli che piangono terrorizzati – non dimentichi di firmare tutti i moduli. “Firmi qui, anche qui sotto, firmi anche questa, questa è la ricevuta e questa è la ricevuta per la sua ricevuta”: la correttezza burocratica prima di tutto.

 “Ma si chiama Buttle, non Tuttle. Ci deve essere uno sbaglio!” protesta la vicina di casa. “Uno sbaglio? Noi non facciamo mai sbagli” replicano i tecnici della squadra riparazioni.

Invece è proprio con un errore giudiziario che inizia Brazil, il film cult di Terry Gilliam uscito nel 1985 e ambientato “da qualche parte nel XX secolo”. L’opera avrebbe voluto intitolarsi 1984½: una distopia come il romanzo di George Orwell e un omaggio ai sogni dell’8½ di Federico Fellini. Il titolo finale, invece, sarà ispirato al famoso brano Aquarela do Brasil di Ary Barroso: un motivetto gioioso e nostalgico che percorre tutta la colonna sonora, spesso fischiettato e canticchiato dai personaggi, in stridente contrasto con l’atmosfera cupa del film.

Terry Gilliam costruisce un perfetto modello sociale postmoderno con un’inquietante estetica retro-futurista, che unisce citazioni dall’espressionismo cinematografico alla Metropolis di Fritz Lang e riferimenti all’iconografia tipica dei totalitarismi novecenteschi. Alternando momenti onirici e situazioni grottesche, palazzi imponenti e omuncoli improbabili, Gilliam profetizza i caratteri di quello che, a suo avviso, sarà il vero incubo totalitario dell’Occidente. Il sistema che ci aspetta sarà sì assolutistico e dispotico come quelli del passato, ma non sarà governato da un sanguinario dittatore, ma da un nemico ancora più insidioso e impalpabile: la burocrazia.

Il governo di Brazil è fondato sulla burocratizzazione di ogni aspetto della vita: tutto è codificato da moduli e formulari. C’è un codicillo per tutti i comportamenti, un cavillo per giustificare ogni controllo. Una struttura infallibile che giustifica ogni decisione, anche la più illiberale e antidemocratica, con una procedura burocratica minuziosa e dettagliata. L’importante è firmare autocertificazioni e giustificativi: “Fra un po’ di tempo grazie al vostro bellissimo sistema non si potrà più aprire un rubinetto senza riempire un 27B/60!”

Brazil_5-1600x1059Il Ministero dell’Informazione dove si svolge la storia è un immenso edificio, un labirinto inestricabile di polverosi corridoi. Vi lavorano centinaia di tecnici, tanto ottusi quanto scrupolosi, che si aggirano tra infiniti schedari, operosi come termiti, al motto “Suspicion breeds confidence”, “il sospetto genera fiducia”.

L’infallibile burocrazia del governo, però, commette un errore: l’onesto padre di famiglia Archibald Buttle viene arrestato, torturato e giustiziato, al posto del pericoloso ricercato Archibald Tuttle. Una lettera sbagliata, un semplice refuso e una persona comune viene scambiata per un ribelle. Che importa, basta riempire gli appositi moduli per rimediare al “piccolo errore”!

In questa increspatura del sistema, finiamo per scoprire un’altra sconcertante verità. Il pericoloso terrorista è in realtà una sorta di idraulico freelance, colpevole di fare riparazioni domestiche senza autorizzazione governativa e senza seguire pedissequamente le procedure standard previste dal decalogo ufficiale. Chiunque osi trasgredire il cavilloso codice di procedure e di autorizzazioni è un pericoloso terrorista, anche se si tratta di semplici tubature idrauliche.

Il genere distopico, lo abbiamo imparato a nostre spese nei tempi malati che stiamo vivendo, da pura evasione fantascientifica si trasforma in terribile profezia. Se l’evoluzione della pandemia planetaria “sembra un film”, Brazil ci mette in guardia dalla degenerazione di condizioni pericolosamente già presenti nello stato di eccezione causato dall’emergenza.

D’altronde, nella comunicazione della strategia della ripartenza, la normativa cavillosa e incomprensibile è stata l’unico codice utilizzato per rapportarsi con i cittadini. La discussione pubblica si è concentrata sull’infinito catalogo di interpretazioni ed eccezioni, sulle precisazioni delle precisazioni, ulteriormente specificate nella sezione FAQ del sito del Governo. Cosa si può fare e cosa non si può fare? Si può incontrare un amico? Sì, ma solo se è un amico vero. Si può mangiare la pizza sul marciapiede? Ordinandola con una prenotazione telefonica proprio davanti alla pizzeria, così come vuole la procedura e il buon umore del vigile nelle vicinanze.

Come nel film, chi non sa interpretare l’insulsa burocrazia o si permette di criticarla è additato come nemico pubblico. Il dissenso è un’insubordinazione che non possiamo permetterci perché mette a rischio la salute di tutti, ci viene detto dal manifesto di autoreferenziali intellettuali.

E lo spazio per le più banali libertà individuali finisce per essere molto circoscritto: se la burocrazia norma tutto lo spettro dei comportamenti umani, non si capisce perché dovrebbero essere tollerate eccezioni. Se si esce dal catalogo dei “doveri del perfetto cittadino”, si rischia di essere sottoposti a uno scrupoloso interrogatorio che mette alla prova le nostre “buone intenzioni”. E se ci va bene, ce la caviamo con una strigliata benevola accompagnata da una lezioncina morale. Con la chiusura delle chiese, la predica del poliziotto in strada ha sostituito quella del parroco nel confessionale.

Più le prescrizioni sono fumose, più possono trasformarsi in paternalistici rimproveri: “non mi fate incazzare, se non vi comportate bene, chiudo tutto!” sbrocca sui social l’amministratore indignato, contrapponendo il ritrovato edonismo della happy our all’etica calvinista della polis operosa. Detto da un esperto di aperitivi, c’è da credergli.

D’altronde in ogni regime burocratico che si rispetti, i migliori vigilanti sono i cittadini stessi che – preoccupati di finire nella lista nera dei ribelli, per colpa di un cavillo normativo mal interpretato – finiscono per diventare delatori del proprio vicino poco zelante.

Il governo della burocrazia, tanto repressivo quanto incompetente e malfunzionante, ha un altro inestimabile pregio a cui difficilmente gli amministratori intendono rinunciare: delega all’infinito le responsabilità. L’impossibilità di un’interpretazione univoca delle regole e la moltiplicazione illimitata delle norme e delle eccezioni consente sempre una scappatoia che deresponsabilizza i responsabili. Il potere di interpretare le disposizioni ritorna sempre a chi le ha emanate e l’interpretazione autentica sarà opportunisticamente rimodulata sulle esigenze del momento.

Nel rimpallarsi reciprocamente la colpa, i mille portavoce di governo, le regioni e i comuni assomigliano ai grotteschi reparti del Ministero dell’Informazione di Brazil. Riuscirà il teatrino nostrano ad acciuffare l’Archibald Tuttle che è in noi?

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