Appunti dalla catastrofe – seconda puntata

La seconda puntata della mia rubrica “Appunti dalla catastrofe” sulle pagine del quotidiano “Il Riformista” durante i giorni della quarantena per l’emergenza COVID-19. L’articolo di martedì 14 aprile. ilriformista_maionese“E la maionese! Ma ci pensate… la maionese! L’ultima volta che l’hanno fatta è sessant’anni fa! Due generazioni senza neanche sentirne l’odore. E dire che a quei tempi la servivano con il granchio in tutti i ristoranti”.

L’età della maionese è evocata da James Howard Smith, il protagonista del breve romanzo che Jack London, l’autore dei più noti Martin Eden e Il richiamo della foresta, pubblica nel lontano 1912. La peste scarlatta, questo il titolo delle pagine profetiche di London, è ambientato nel 2073, in un mondo post-apocalittico sconvolto da una terribile pestilenza: una letale malattia che tinge di rosso la pelle e conduce il malato a morte certa in poche ore; un’epidemia che avrebbe sterminato la quasi totalità della popolazione. Un libro profetico e visionario, che anticipava di pochi anni l’influenza spagnola che si sarebbe abbattuta con milioni di morti in tutti i continenti su un mondo già prostrato dalla Prima Guerra Mondiale.

“Era l’estate del 2013 quando scoppiò la peste. Io avevo 27 anni e lo ricordo bene”, racconta Smith all’epocagiovanissimo professore di letteratura. Quando pronuncia queste parole, però, non è che un vecchio nostalgico, coperto da una pelle di capra. Un disperato che ha vagato per molto tempo solingo nei boschi, pensando di essere l’ultimo abitante della terra. Un misero nonnino che piagnucola sul tempo perduto, mal sopportato dai ragazzi che lo ascoltano.

I lupi sono usciti dalle selve e gli uomini sono simili a bestie. Dopo l’apocalisse non c’è spazio per le vecchie gerarchie. “Tutto il mondo è sottosopra”: la California è sprofondata in pochi anni in una primordiale età della pietra, come se, in fondo, l’uomo fosse a suo agio nella barbarie e dimenticasse fin troppo velocemente la civiltà. Le conquiste dell’umanità sono “fugaci come schiuma” e la natura (ri)prende facilmente il sopravvento sulla cultura. L’uomo è esposto alla possibilità costante di una (ri)caduta: nessuno aveva pensato che potesse finire la democrazia, finché non è successo.

Non ci sono più differenze sociali; non esiste vita spirituale. Spazio e tempo sono appiattiti su preoccupazioni materiali, sulle immediate necessità dettate dalla legge della sopravvivenza.

Nelle due generazioni che separano il nonno dai nipoti, il ricordo del mondo precedente è pressoché scomparso e le parole del superstite custodiscono e tramandano la memoria di ciò che fu, tra le risatine sprezzanti dei giovani riuniti intorno al fuoco dopo la caccia. Il professore ha conservato i libri per mantenere viva la memoria, ma i nipoti non sanno neanche leggere. Alle citazioni poetiche, alle frasi in latino, ai riferimenti letterari, ai suoi “soliloqui sconclusionati” i ragazzi rispondono distratti e disinteressati.

“La peste scarlatta” ci mette in guardia dalla più terribile e subdola delle conseguenze: l’imbarbarimento del linguaggio. La catastrofe rende le parole complesse obsolete, impoverisce il lessico. I giovani si esprimono in una sorta di gergo gutturale, senza alcuna complessità grammaticale.

Un linguaggio allo stato di natura, puramente comunicativo. La parola indica ciò che è visibile senza alcun tipo di astrazione.

Il professore parla di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, i ragazzi sanno parlare solo di ciò che è. E in un mondo dove esiste solo il significato letterale, le parole non alludono ad altro. Le cose sono quel che sono. “Quello che non si vede non c’è, punto e basta” concludono sbrigativi i ragazzi.

Anche la parola con la quale il professore descrive il colore che designa la peste semina discordia: i ragazzi non conoscono il significato di “scarlatto” perché “il rosso è rosso e basta”. Concretezza, senza sfumature.

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Con quali parole, allora, raccontare il mondo prima della peste in questo dialogo impossibile tra generazioni che non si comprendono? Basta una parola a sintetizzare l’abisso che separa il prima dal poi: maionese. Nel mondo post-apocalittico, chi conosce il profumo e il sapore della maionese?

Proprio il riferimento al diverso rapporto con il cibo descrive bene il senso del catastrofico cambiamento che sentiamo di vivere in queste settimane di quarantena. Mangiare – ora che si parla di garanzia per “l’approvvigionamento alimentare” e di “beni di prima necessità” – è sì un bisogno primario, ma è anche molto di più.

Il cibo ha a che fare con un mondo di cose “invisibili” e di beni “non necessari”, con il gusto e con la bellezza, con il piacere e con la trasgressione, con il lusso e con il superfluo, con il desiderio e con il peccato, con la libertà e con il benessere.

Il cibo non è solo natura, ma è anche e soprattutto cultura. 

Maionese è la parola che chiama alla memoria un’altra vita, tanto lontana eppure così presente, in cui ciò che è superfluo è quanto mai necessario per tornare a essere umani.

Oggi sentiamo un vago senso di colpa nel comprare le uova di cioccolata e le colombe decorate sfornate dalle pasticcerie artigianali – le stesse che oggi hanno l’obbligo di fermare la produzione e che cercano di compensare le perdite con le consegne a domicilio gratuite. Sulle vetrine di molti negozi campeggiano cartelli con scritto “questi prodotti non sono in vendita perché non sono beni di prima necessità”.

Forse proprio in questi giorni è bene ricordarsi delle parole di quel vecchio e affranto professore americano e rivendicare la necessità essenziale del superfluo. Insomma, non dimentichiamoci dell’odore della maionese!

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