(Pop) Filosofia dell’estate

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[In attesa del Philoshow di Popsophia  domenica 1 luglio a Civitanova Marche]

Fermati, Sole! È arrivato il solstizio d’estate, il momento in cui il sole si “ferma” più a lungo nell’emisfero settentrionale e raggiunge il culmine del suo percorso ascensionale. Un momento venerato da tutte le civiltà del nord del mondo – dalla civiltà greco-latina agli indiani d’America fino alle religioni orientali – come momento simbolico di esaltazione della luce e della vita. Dai riti del fuoco della cultura popolare fino alla festa cristiana di San Giovanni Battista: una celebrazione dell’equilibrio ciclico della natura.

Il solstizio d’estate è il vero capodanno di massa che chiude la fredda e piovosa stagione del lavoro e apre la calda e radiosa stagione delle vacanze. Le vacanze estive, infatti, popolano il nostro immaginario come vero e proprio rito di progresso e di emancipazione.

D’altronde, quelle che chiamiamo “ferie” non sono sempre esistite. Come tutti i riti contemporanei, le vacanze estive hanno un’origine, una storia e un declino: nascono con l’urbanizzazione e l’industrializzazione della modernità, crescono con la società di massa, diventano ibride di realtà e finzione con la narrazione dei mass media. La vacanza come oggi la intendiamo ha una precisa data di nascita: il primo dopoguerra. Il diritto al “periodo annuo feriale di riposo retribuito” viene sancito per la prima volta in Italia dalla fascistissima Carta del Lavoro del 1927.

E con le ferie obbligatorie, insieme all’evoluzione dei trasporti, dalle ferrovie alle automobili, le vacanze non sono più un privilegio di pochi, ma un diritto di tutti. Le masse conquistano un valore iconico – il tempo libero – fino ad allora riservato alla sola “vita agiata”.

Un mito contemporaneo, insomma, che affonda le radici nelle trasformazioni economiche e culturali che hanno sconquassato il Novecento. Un fenomeno relativamente recente che trova il suo apice negli anni Sessanta, con la diffusione pervasiva degli stabilimenti balneari e delle infrastrutture alberghiere.

Le ferie danno vita a un mondo parallelo e a un tempo sospeso: la vacanza in campagna, al mare, in montagna implica un allontanamento dalla routine cittadina, dal grigiore e dalla banalità della quotidianità. L’estate è la stagione della grande transumanza: ci si trasferisce altrove per rompere con la normalità. Spazi che per definizione trapassano, stagione dopo stagione, dall’assenza alla presenza.

L’estate è un album di momenti irripetibili che rimangono indelebili nella nostra memoria. Un tassello insostituibile del nostro equilibrio psichico: un’atmosfera rarefatta in cui bere a grandi sorsi la vita, in cui afferrare la pienezza di un amore fugace, in cui dimenticare doveri e orari normali, in cui recuperare la cura di sé perduta dietro alle scadenze obbligate.

La stagione del divertimento e della spensieratezza: il periodo sacrale della festa che promette di non finire mai. L’estate accende le piazze, illumina i lungomare, popola le strade. La vacanza è luminosa e chiassosa, come la vita che vorremmo. Siamo ormai lontani dal buio, triste e deserto, dei mesi invernali.

Ma il solstizio estivo ha in sé qualcosa di agrodolce. L’inizio della stagione, cioè, si porta dietro il presagio della sua fine. L’attesa della felicità vacanziera ha in sé la consapevolezza della sua vorace fugacità. Anche per il giorno più lungo dell’anno arriva il tramonto. Inesorabilmente, il sole lascia il posto alla luna, la luce accoglie la tenebra, il giorno si spegne nella notte. Il destino della luce del meriggio è quello di defluire rapidamente verso l’impenetrabilità del crepuscolo. Arriva il tramonto, quell’ora labile, precorritrice della notte, dove sfumano i confini delle cose, dove le grandi speranze si trasformano in malinconici rimpianti.

Estate, sei calda come i baci che ho perduto, sei piena di un amore che è passato, che il cuore mio vorrebbe cancellar”. Odio l’estate cantava Bruno Martino nel 1961. Nei versi di questo tormentone immortale della canzone italiana la stagione più amata e attesa è sotto processo: le vacanze estive sono destinate a finire sempre nello stesso modo. Con un addio.

Ogni estate inizia con un arrivo e si conclude con una partenza. Con la fine della stagione estiva, si rompe l’incantesimo. Come scrive Hermann Hesse nella lirica Settembre, con il declino dell’estate, tramonta anche un mondo solare che abbiamo abitato e amato: “L’estate rabbrividisce / andando incontro silenziosa alla sua fine”.

Per questo, il topos letterario e cinematografico delle vacanze estive – con le gloriose aspettative e le inevitabili delusioni – diventa sempre una sfavillante e tragica metafora della parabola della vita, dall’adolescenza all’età adulta. Dalla vitale innocenza della giovinezza alla cinica asprezza della maturità. Dalla spensieratezza all’apatia, dagli innamoramenti alle delusioni.

L’archetipo pop è la vacanza a Forte dei Marmi raccontata dai fratelli Vanzina nel loro film d’esordio “Sapore di mare”. Alla fine, la spensierata estate tra gli ombrelloni muore tra le note malinconiche di Riccardo Cocciante che intona “Celeste Nostalgia”.

La malinconia dell’ora che “volge il disio e ‘ntenerisce il core”, del suono della Compieta che piange il consumarsi irreversibile del giorno. Resta solo il rimpianto di “quella carezza della sera” di un periodo che non tornerà più.

Ma l’energia dirompente e la stridente malinconia dell’estate sono oggi in cerca d’autore. Per il rito di passaggio delle vacanze estive è venuto il tempo della caduta e del declino: non esiste la sospensione totale dal lavoro quando possiamo essere raggiunti dalle emergenze tramite Smartphone; non esistono più gli amori misteriosi e segreti da quando esiste Facebook; non esiste più il confinamento di due mesi alla casa al mare da quando esistono WhatsApp e BlaBlaCar.

Lo spazio provvisorio e il tempo sospeso non abitano più una sola stagione dell’anno. Lo spazio e il tempo sono altrove, nella vera città delle vacanze che è la rete, nell’eterno presente dei nostri profili virtuali sempre connessi.

Rimangono solo gli stereotipi e i cliché del fantasma dell’estate passata. Un’estate che non abbiamo vissuto direttamente, ma che abbiamo sognato nei film, immaginato nei libri, pregustato nei racconti dei giovani di ieri.

Ma nulla è perduto. Tutto ciò che vuole risorgere prima deve tramontare. “È notte lunga solo quella che mai non trova il suo mattino”, con le parole di Shakespeare. Nelle luci fioche del crepuscolo si scorge una nuova aurora. Nel momento dello svanimento della luce, si cela il passaggio per una rinascita. Nel declinare del sole è sempre implicito il suo imminente riemergere dalle tenebre: il Giorno, come scrive Esiodo nella Teogonia, non è altro che il figlio della Notte. Di notte “è bello credere alla luce”. 

È arrivato il solstizio d’estate. E non ci resta che intonare l’ultima strofa di Bruno Martino: “Tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose, la neve coprirà tutte le cose e forse un po’ di pace tornerà”.

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