Tredici ragioni per (non) morire

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Articolo uscito su “Il Dubbio” 09/06/2017 – “Ehi, sono Hannah. Hannah Baker. Mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. In particolare, come mai è finita”. Iniziano così le sette audiocassette (con tredici lati) incise dalla giovane Hannah Baker, protagonista della serie tv “13 Reasons Why”.

La voce narrante che accompagna gli spettatori nei tredici episodi è la voce di una ragazza morta suicida. Si tratta di una produzione originale Netflix diffusa il 31 marzo 2017, prodotta dalla teenstar Selena Gomez, girata da Tom McCarthy (regista de Il caso Spotlight) e tratta dal fortunato best-seller Tredici di Jay Asher uscito nel 2007.

In pochissimo tempo, la serie ha dato vita a un vero e proprio fenomeno virale di massa. Un successo inarrestabile che ha coinvolto un pubblico trasversale in tutto il mondo e che ha stimolato un dibattito inarrestabile che non accenna a estinguersi.

L’accento fresco e malinconico di Hannah – proveniente dal regno dei morti e registrato su cassette vintage ascoltabili dal vecchio walkman – ricostruisce i motivi e le cause che hanno oscurato e spento una giovane esistenza. Tredici ragioni per una decisione irreparabile: togliersi la vita.

Le puntate si svolgono su due piani: il piano umbratile del presente in cui gli amici e i nemici di Hannah sono costretti a elaborare il lutto della sua morte comprendendone le oscure ragioni; il piano vivido del passato dove Hannah è viva e potrebbe ancora essere salvata da una spirale di sofferenza senza uscita. Ma il tempo è irreversibile e il dramma irreparabile si è già compiuto. 

Le cassette rendono conto di un flebile quanto inesorabile “effetto farfalla”. Un lontano battito d’ali scatena una tragedia incontenibile. Un battito di ali che, dalla prima puntata all’ultima, alimenta un caos inarrestabile che sconvolge il cosmos dell’esistenza. Gesti improvvidi, parole crudeli, pubbliche e private umiliazioni provocano un’escalation di dolore che si espande verso una conclusione già scritta. Un magma che, puntata dopo puntata, si solidifica intorno al divenire di una vita che rimane cristallizzata in un’immobilità senza voce.

Le cassette registrate da Hannah hanno lo scopo pericoloso di far conoscere la “verità” nell’epoca della “post-verità”, del cyberbullismo e dell’identità digitale: “Vedi, ho sentito talmente tante storie su di me che ormai non so qual è la più popolare. Ma so qual è quella che lo è meno: la verità. La verità spesso non è la versione più intrigante dei fatti, o la migliore, o la peggiore. È una via di mezzo ma merita di essere ascoltata”. E la verità è che durante l’adolescenza tutto è vissuto immediatamente ed eternamente: il “qui e ora” è immobile in un eterno presente e la crisi più piccola è insuperabile.

Tredici non è una serie esteticamente impeccabile: è costellata di momenti narrativi troppo lunghi, dialoghi scontati e cliché del genere thriller adolescenziale. Ma la potenza del messaggio, senza toni edulcorati e consolatori, supera i dubbi estetici e ci invita a una consapevolezza dolorosa.

“Non c’è se non un problema filosofico realmente serio: quello del suicidio”, ha scritto Albert Camus. E una serie che affronta un tema tanto fondamentale non poteva che scatenare un vespaio di reazioni contrastanti. Associazioni di esperti mettono in guarda: una spettacolarizzazione di temi così difficili può impressionare i ragazzi. Genitori e insegnanti, spaventati da episodi di emulazione, cercano di impedirne la visione a figli e studenti.

Ma la censura a posteriori è una via sterile: gli adolescenti di tutto il mondo sono già immersi nel binge watching compulsivo di questo discusso prodotto mediale. Perfino una petizione lanciata su change.org ha chiesto che la serie venga fatta vedere obbligatoriamente nelle scuole. Netflix ha diffuso video in cui coppie di genitori e figli vedono insieme Tredici e riaprono un dialogo che sembrava interrotto. Tanti YouTubers seguitissimi ne stanno discutendo con la loro community di fan adolescenti.

Tredici, insomma, è un “teen drama”: si incasella perfettamente in quel genere televisivo di incredibile successo che ha come protagonisti adolescenti alle prese con le turbolenze liceali. Da Beverly Hills 90210 a Dawson’s Creek, da The O.C. a Gossip Girl, da Skins a Pretty Little Liars: fiction che hanno accompagnato più di una generazione in una delle fasi più complesse della vita.

In fondo, dall’Upper East Side alla periferia di Bristol, i bisogni e i problemi che scuotono la mente e muovono il corpo di giovani ragazze e ragazzi che stanno per accedere alla vita adulta sono sempre gli stessi. Le prime esperienze sentimentali e sessuali; le emozioni incontenibili, dalla fugacità della gioia all’abisso della delusione; le laceranti lotte per l’indipendenza dal mondo delle autorità; l’attrazione e la repulsione per le trasgressioni.

Con al centro le turbolente dinamiche relazionali con i coetanei: il liceo è il terreno di una spietata lotta per la sopravvivenza, in un continuo capovolgimento tra tipi giusti e tipi strani, carnefici e vittime, vincitori e vinti, inclusi ed esclusi. Una brutale dinamica evolutiva in cui il più forte emerge e il più debole soccombe.

Ma il linguaggio del teen drama, dai primi anni ’90 ad oggi, si è fatto sempre meno edulcorato e nostalgico. Nell’età delle illusioni perdute, emergono tematiche brucianti che la società degli adulti tenta costantemente di rimuovere. E senza moralismi, si raccontano la dipendenza, la depressione, l’omofobia, il bullismo, le molestie, l’autolesionismo.

L’adolescenza, d’altronde, è un inevitabile e lacerante passaggio a Nord-Ovest in cui mancano gli strumenti per non soccombere alle frustrazioni e alle pulsioni autodistruttive. Una fase contraddittoria che unisce tragicità e spensieratezza, meraviglia e sofferenza, poesia e brutalità. Diventare grandi per diventare se stessi: un periglioso viaggio verso la propria identità in bilico tra ricerca di autonomia e bisogno di protezione, tra indipendenza e condizionamento, tra ribellione contro la Legge e fuga dalla libertà.

Una difficile esperienza orientata verso la maturità – che non si acquisisce necessariamente con il raggiungimento della maggiore età giuridica – fatta di progressi e regressioni, di fughe in avanti e di passi indietro. Oggi come ieri: la fine dell’adolescenza è la storia di una caduta che segna la stridente lontananza tra la realtà immaginaria dalla nostra fantasia e la durezza deludente di un mondo popolato da mostri. “Circondati sempre da mostri e da dei, non si conosce mai la calma – scrive Marcel Proust – non ci sono gesti compiuti in quel tempo che non si vorrebbe più tardi poter abolire”.

Un passaggio iniziatico cruciale, quindi, che la società ha sempre sublimato culturalmente. Dai riti tribali alle narrazioni epiche, dal romanzo di formazione al teen drama: tentativi di elaborare catarticamente un trauma condiviso e collettivo, sforzi sociali per traghettare una generazione al di là dell’ostacolo. Una “porta stretta” che non tutti attraversano indenni, che non tutti superano senza lasciare indietro brandelli importanti di sé. Un passaggio a cui non tutti sopravvivono.   

Indubbiamente Tredici ha una forza narrativa che rende obsoleti i programmi di prevenzione, pieni di inutile e improduttiva retorica, che circolano nelle scuole. Può trasformarsi in un’occasione per far risuonare parole coraggiose, evitando una facile e pericolosa rimozione.

“Non consentirò a nessuno di dire che la giovinezza è la più bella età della vita”: la visione di questi episodi non ci lascia indenni. È dolorosa. Per tutti. Perché siamo noi i destinatari delle cassette. Siamo noi chiamati a rispondere della realtà di disperazione e vessazione, di sofferenza e crudeltà che viene mostrata con spietata e impietosa evidenza. L’ascolto delle cassette di Hannah è una chiamata alla responsabilità. Per gli adolescenti di oggi e gli adolescenti di ieri, gli adulti sopravvissuti. Nessuno è senza colpa, nessuno è innocente.

La voce della protagonista ci accompagna in un vicolo cieco. Ma dalla prospettiva di colui che ascolta, dal nostro punto di vista di spettatori, sono visibili tante via d’uscita che la protagonista è stata incapace di seguire o che il disinteresse degli altri ha reso impercorribili. Tutti, per paura di essere giudicati inadeguati, si sono trincerati in una prigione di egoismo e codardia.

Il suicidio televisivo di Hannah, insomma, ci consegna anche una speranza concreta. Perché, come ha lucidamente scritto Leopardi, “chi si uccide non è veramente senza speranza. Noi speriamo sempre e in ciascun momento della nostra vita”.

La speranza è che, al netto di tutte le polemiche e le obiezioni, un teen drama possa essere un vero battito d’ali di farfalla con tante imprevedibili conseguenze che ci scuotano dal torpore.

Magari qualcuno avrà il coraggio di gridare senza paura: “Hannah c’est moi!”.

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