Libero in prigione

Schermata 2017-06-06 alle 12.31.05.pngQuest’anno ricorre il 60° anniversario della morte di Curzio Malaparte. Per l’occasione pubblico l’introduzione del mio “Philosophe malgré soi. Curzio Malaparte e il suo doppio”, il saggio che nel 2011 ho dedicato al geniale e camaleontico scrittore toscano (il libro integrale si può acquistare qui). Parlerò dell’eccentrica filosofia di questo scrittore maledetto venerdì 16 giugno 2017, al palazzo Datini di Prato, la sua città natale (tutte le info qui).

Io sono un doppio,
oltre alla prima ho anche la ‘seconda’ faccia.
E forse anche la terza.
Nietzsche, Ecce homo.

Chi è Curzio Malaparte?

Kurt Erich Suckert, italianizzato nel 1927 in Curzio Malaparte[1], incarna tutte le virtù e i vizi degli italiani[2]. Privatamente, un grande flâneur. Politicamente, un irriducibile voltagabbana[3]. Fascista prima, comunista poi.

Ormai conosciamo tutti i dettagli della biografia[5] di Malaparte. La critica è scissa tra i difensori di un istrionico arcitaliano e i nemici di un opportunista spregevole. Non resta che schierarsi dalla parte che si ritiene “giusta”.

Eppure… Eppure nella ricostruzione biografica resta un cono d’ombra. La facile dicotomia tra fazioni opposte lascia nella dimenticanza la domanda iniziale. Le definizioni, giuste o sbagliate che siano, sviano dal quesito originario, ne occultano la radicalità.

L’essenza dell’uomo-Malaparte è altrove, dove i biografi non sono andati a cercare. Bisogna tentare  di abitare i frammenti e le macerie della sua scrittura[6]  per ritrovare la zona impensata di tutte le spiegazioni precedenti.

Liberati dalla maschera del personaggio, torniamo a leggere le sue opere liberi da pregiudizi biografici per recuperare il senso di una riflessione che trascende le intenzioni dell’autore e le polemiche di un’epoca storica.

Malaparte racchiude un’identità duplice[7] e contraddittoria; incarna tutte le luci e le ombre della condizione umana. Non troveremo la coerenza della sua incoerenza; non arriveremo a una soluzione definitiva. Ogni parziale scioglimento sarà fonte di nuovi enigmi, di domande radicali che, ancora oggi, danno da pensare.

Da quando ho cominciato ad essere un simbolo, non ho più avuto una vita mia, soltanto mia. Sono stato tutti, cioè nessuno. Ho saputo, ho sofferto, ho vissuto per tutti, sono stato uno specchio; senza fondo, cioè senza anima, una superficie, un riflesso; sono stato […] la caricatura di un uomo, di tutti gli uomini. E tutti si sono guardati in me, si sono riconosciuti (o conosciuti?) in me. Un simbolo. Cioè una caricatura […]. Oggi, di fronte alla morte, di fronte alla prova della mia indistruttibile umanità, mi sento ridiventare uomo.[8]

Il vero interrogativo allora è questo: Malaparte merita di essere considerato un interlocutore attivo del dibattito contemporaneo e, perché no, un “filosofo” che rimette in discussione tutte le ovvietà del presente?

Un philosophe malgré soi?

Le inquietudini del mio spirito, le mie inquietudini d’uomo moderno, ammalato di nostalgia e di rammarichi, di persuasioni e di dubbi, di sconforto soprattutto, sono quelle stesse della mia generazione.[9]

Malaparte è il consapevole testimone di un mondo frantumato. Le sue peregrinazioni intellettuali corrispondono ai frammenti di una deflagrazione.

È un prisma in cui passano tutte le contraddizioni del Novecento. Le angosce di un’Europa distrutta si uniscono in un solo uomo. Ma ne escono scomposte e deformate.

I colori del suo arcobaleno hanno tutti la stessa origine: il nichilismo contemporaneo. Nelle pagine malapartiane, negli entusiasmi e nelle delusioni, aleggia quest’«ospite inquietante»[10].

Ospite scomodo, ma ineliminabile, «non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa»[11]: Malaparte si accorge di lui e decide di «guardarlo bene in faccia»[12].

Nei visi degli uomini, nei fanti e nei generali, nei borghesi e nei proletari, ritrova le ombre di uno stesso tramonto. Dalla Spagna alla Russia, dall’Argentina all’Etiopia, respira lo stesso insopportabile odore di decomposizione.

Vive il mondo da dentro e da fuori. Totalmente immerso nella sua contemporaneità, partecipa in prima persona alle sconfitte europee. Nello stesso tempo ha la forza intellettuale per astrarsi dal contingente e osservare la realtà dall’esterno. Lo sguardo cinico e distaccato riesce a inquadrare, senza filtri ideologici, le segrete speranze umane. Malaparte è un «uomo di mondo che capisce il mondo e le ragioni misteriose e legittime di tutte le sue usanze»[13].

La sua penna è un sismografo. Riesce a registrare le minime variazioni che la Storia Universale ha nella vita dei singoli uomini, senza volerle conciliare in una morale consolatoria.

La presa di coscienza del dramma della modernità inizia al ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, quando sente sgretolarsi tutti i entusiasmi:

le concezioni della vita ampie e sicure che avevano già fatta la gloria della fine del Settecento, si erano ristrette, sgretolate, fino ad esser contenute nel cervello di ognuno. L’infinito era scomparso, divorato dal particolare. La lebbra del “frammentario” mordeva le basi della società, filtrava attraverso le coscienze, intaccava gli scenari immobili della vita e la sua stessa sostanza, macchiava il corpo, il viso degli uomini tristi, infiacchiva in tutti la fiducia nella forza degli elementi e nella possibilità eterna dell’anima e della vita.[14]

La «lebbra del frammentario» che infetta l’Europa dei primi anni del Novecento esploderà in tutta la sua virulenza nel secondo conflitto mondiale. Nel 1940, dalla sua prima corrispondenza come inviato al fronte, Malaparte profetizza il triste destino: l’Europa che uscirà dalla guerra sarà solo un mondo «seminato di cadaveri idee, sentimenti, pregiudizi, filosofie, concezioni morali, tradizioni»[15]. Non avranno più nessun potere lenitivo i comizi entusiastici. I vincitori e i vinti torneranno a casa «appena in tempo per partecipare ai più incredibili e meravigliosi funerali»[16].

Nessuno potrà festeggiare una trionfante vittoria:

chi ha perso la guerra, in Europa? Qual è la nazione che ha vinto la guerra in Europa? […] In Europa nessuno ha vinto la guerra. […] Una vittoria, solo quel tipo di vittoria che ci interessa, e che può interessare un uomo civile, saggio, intelligente, deve essere una conquista di natura morale. Anzi, dirò addirittura che non vi sono “vittorie” in alcuna guerra. In una battaglia vi possono essere vinti o vincitori. In una guerra no. […] Le guerre, tutte le guerre, anche quelle vinte producono le stesse conseguenze sia per i vincitori sia per i vinti.[17]

 L’unica vittoria è il diffondersi della lebbra: l’«estendersi a tutti i popoli, vinti e vincitori, della coscienza dei problemi moderni, e della loro stessa comune natura»[18].

Se dopo la prima guerra mondiale c’era ancora il disperato bisogno di un ordine nuovo, dopo il ’45 gli individui non «cercano che la solitudine, la libertà, il senso dell’innocenza»[19]. Nessuna retorica potrà far risorgere il cadavere europeo: gli esseri umani rifiutano ogni sistema, «vomitano qualsiasi architettura»[20].

L’uomo «è destinato a vivere, a morire, e basta»[21]; non può «servire nessuna chiesa»[22], non può credere in alcuna promessa, non può pensarsi iscritto in un destino privilegiato all’interno della natura:

[gli uomini] sono le foglie della famosa similitudine di Omero. Quello che il cristianesimo ha sovrapposto all’antica concezione dell’uomo da parte degli antichi, si sta staccando, poco a poco, uno strato per volta. L’uomo sta tornando ad essere quello che era all’alba del cristianesimo: si abbassa, perde la dignità che gli aveva dato il cristianesimo.[23]

Da questi presupposti ci si aspetterebbe una presa di posizione etica e una condanna senza appello del nichilismo moderno. Ogni scrittore si mette in salvo giudicando la realtà. Malaparte è l’eccezione. Delude le aspettative del lettore benpensante.

Non nega le contraddizioni del moderno ma le accetta radicalmente; rifiuta ogni semplicistica distinzione tra buono e cattivo, ogni superficiale classifica morale.

Il suo viaggio parte da una premessa radicale: «i valori supremi si svalutano»[24]. A questa lapidaria dichiarazione ci sono due possibili reazioni. Da un lato, in assenza di un punto fermo al quale appigliarsi, ci si può rinchiudere in un solipsismo difensivo. Dall’altro, la mancanza di un sistema di regole che limitano e ingabbiano il pensiero può aiutare l’uomo ad attraversare attivamente e consapevolmente il nulla della sua contemporaneità. Malaparte si orienta per questa seconda re-azione: «preferisco che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare come un’eredità immutabile»[25].

È convinto che «non bisogna diffidare del pessimismo, per quanto atroce sia»[26]. Contro l’opinione comune, crede nelle possibilità di un’Europa kaputt: «io difendo questo nichilismo, vorrei tanto potergli dare […] un volto accettabile, togliergli il suo orrore, la sua tristezza, la sua solitudine»[27].

Il pessimismo è duplice e ha potenzialità contraddittorie. Il nichilismo è tanto inquietante, quanto bello. L’angoscia può tramutarsi in liberazione. Malaparte preferisce amare la nuova libertà, piuttosto che rimanere chiuso nella «prigione gratis»[28] della tradizione. Il nichilismo riporta l’uomo alla sua essenza:

nulla è più inquietante, e sotto un certo aspetto nulla è più bello, di questa graduale regressione dell’uomo europeo verso la sua forma antica, verso la sua antica immagine. Tutto in lui si semplifica.[29]

L’atteggiamento intellettuale di Malaparte va compreso alla luce di questa forma alternativa di nichilismo gaio. Il pensatore «di nessuna chiesa», consapevole della crisi identitaria dell’Europa moderna, non rinnega le sue personali contraddizioni. Al contrario, per sopravvivere si aggrappa con forza a se stesso.

Malaparte segue un’unica legge: l’individualismo. L’individuo è il nuovo centro del mondo,  l’ultima religio della modernità: «All’infuori dell’individualismo, nessuna salvezza, nessuna resurrezione»[30].

In questa prospettiva capovolta, si può rivalutare l’etichetta, spesso accollata a Malaparte con fare denigratorio, di dandy del Novecento. Il termine è usato impropriamente in senso negativo, per descrivere un uomo superficiale che si veste alla moda o si comporta in modo eccentrico per attirare l’attenzione.

Il vero dandy pratica un individualismo esasperato come un’etica ­di vita: la sua diversità testimonia la disubbidienza dell’individuo che si distingue dalla massa degli uomini senza qualità.

Il dandysmo di Malaparte scaturisce dalla visione critica della modernità: l’individualismo enfatizza il conflitto di una singolarità contro l’omologazione del pensiero. Il suo nomadismo intellettuale è la disperata reazione al nichilismo: non si può accettare alcuna artificiale legge esterna, quindi bisogna essere legge a se stessi.

Nella folla composta dalla moltitudine di uomini banali, «il dandy assapora la duplice sensazione del pericolo e del trionfo su di essi»[31]. Malaparte proclama l’estetica della differenza nel secolo dell’uniforme[32]: «sgusciò tra i totalitarismi del XX secolo, facendosi scudo di una sfacciata, eccessiva eleganza. Insopportabilmente stirato e imbrillantato, oppose la sua fatua perfezione alla mannaia sempre in azione della storia»[33].

Ma dietro quest’ostentata mondanità e frivolezza si irradia «l’ultimo bagliore d’eroismo nelle decadenze»[34]; Malaparte splende «come un sole al tramonto e, come un astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia»[35].

Il suo itinerarium in nihilum è il viaggio di un uomo doppio, spaventato e eccitato. Il suo pellegrinaggio attraverso il nichilismo è ab-solutus: sciolto da ogni certezza e, al contempo, libero da ogni pregiudizio.

Un viaggio «crudele e allegro»[36], disperato e speranzoso: «la sua condizione è simile a quella di un viandante che per lungo tempo ha camminato su una superficie ghiacciata, ma che con il disgelo avverte che la banchisa si mette in movimento e va spezzandosi in mille lastroni»[37].

Malaparte, però, non è un uomo del sottosuolo che rinuncia al confronto con la realtà politica e sociale del suo tempo. Vive nel mondo[38], è immerso nella sua polis e ne abita le contraddizioni.

Ma nella grande polis europea, l’intellettuale sembra costretto ad avere un ruolo prestabilito. Può interpretare il pifferaio della rivoluzione o l’incensatore del potere costituito. O l’uno o l’altro. La società accetta solo l’intellettuale organico, fedele in ogni occasione al suo compito.

Malaparte sfida questa dicotomia. Il suo modo di essere un intellettuale è diverso. Non sceglie una delle due opzioni. Rimane un Arlecchino servitore di due padroni: non è fedele a un capo che non sia se stesso.

Aderisce a un punto di vista e, contemporaneamente, ne prende le distanze. Entra ed esce dai partiti[39] e dalle istituzioni con la stessa frequenza. Diventa sempre il catalizzatore delle opposizioni interne. I pensatori sono anarchici[40] per definizione. Sono elementi disgregatori, non menestrelli di un’ideologia. Malaparte «non è mai per qualcosa, ma sempre per qualcos’altro»[41]. Non è un maître à penser, ma piuttosto un eroe capovolto:

[gli eroi] non rappresentano le virtù o i difetti di un popolo, ma quei difetti e quelle virtù che questo popolo non possiede; non affermano, ma negano; sono l’espressione contraria di un popolo, eccezione e non regola.[42]

Il nemico è il conformismo. Non si tratta di assecondare i luoghi comuni, ma di rovesciarli. L’intellettuale non deve confermare lo status quo, ma impedire quell’inerzia dello spirito che fa irrigidire le opinioni in convinzioni[43]. Non serve affermare «quello che siamo», ma bisogna ricordare «il nostro contrario»[44].

Mentre il senso comune esalta la storia come panegirico che costruisce modelli da consacrare, Malaparte si impone come cattiva coscienza della sua epoca. I suoi scritti irriverenti accendono un faro sulle zone oscure.

È convinto che:

vi sono due modi di amare il proprio paese: quello di dir la verità apertamente, senza paura, sui mali, sulle miserie e sulle vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell’ipocrisia, negando piaghe, miserie e vergogne, anzi esaltandole come virtù nazionali.[45]

Uno spirito disarmonico che incarna l’antieroe moderno; fino alla fine[46] rimane ai margini della normalità. Il suo libertinaggio intellettuale gli costerà l’odio[47] di tutti, a riprova che gli uomini «avvezzi a credere al possesso della verità assoluta» provano un profondo malessere di fronte a tutte le posizioni scettiche[48].

La testimonianza malapartiana è una prova estrema e radicale di libertà: «Uomo libero si nasce, non si diventa»[49]. Il vero intellettuale non dipende dalle condizioni esterne; è libero anche in tempi di schiavitù. La sfida «non è di vivere libero in libertà, ma libero dentro una prigione»[50].

Cambia posizione politica, ma rimane coerente con la sua libertà intellettuale, morale ed estetica: «il dubbio rimase il suo Dio segreto, e pubblico»[51].

Essere engagé, dans le coup nella contemporaneità, non implica una coerenza ad un’ideologica esterna. Piuttosto l’impegno di Malaparte è perennemente polemico;  istaura una battaglia incessante con tutti i suoi interlocutori, a prescindere dalla loro posizione politica[52].

Un libero pensatore non si affida all’eteronomia dalle idee degli altri. La piena emancipazione passa per un radicale «confronto col pensiero altrui, immune da ogni sudditanza filiale»[53].

Per questo Malaparte non è mai un uomo pacificato. È un nobile traditore di «tutte le cose che in genere si possono tradire»[54]. È un «uomo di parte, odiante e odiato, libero da ogni legame con la grande parentela comune degli italiani pacifici»[55].

NOTE:

[1]           G. B. GUERRI, Malaparte illustrato, Mondadori, Milano 1998, p. 34.

[2]           Per parafrasare il titolo del suo ultimo romanzo, pubblicato del 1956, sui vizi e le virtù degli italiani. (Cfr. C. MALAPARTE, Maledetti toscani, in Opere scelte, a cura di L. Martellini, Mondadori, Milano 1997, pp. 1333-1486).

[3]           Malaparte è un camaleonte, proprio come Don Camaleo, protagonista di un suo irriverente romanzo fantapolitico,  un’allegoria della figura di Mussolini, trasformista per antonomasia, che appare per la prima volta nel 1928 in edizione edulcorata. Cfr. C. MALAPARTE, Don camaleo e altri scritti satirici, a cura di E. Falqui, Vallecchi, Firenze 1963.

[4]           A. GRAMSCI, Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino 1976, vol. III, p. 2204; cfr. anche vol. I, p. 30.

[5]           Rimane ancora imprescindibile la biografia di G. B. GUERRI, L’arcitaliano, vita di Curzio Malaparte, Bompiani, Milano 1980. Puntuale e completa la ricostruzione storico-ideologica di G. PARDINI, Curzio Malaparte, biografia politica, Luni, Milano-Trento 1998.

[6]          Senza incasellarlo in nessuna corrente artistica. Malaparte è letterariamente indefinibile: «oscilla tra toscanismo ed europeismo, provincialismo e cosmopolitismo, classicità e romanticismo» (cfr. L. MARTELLINI, Invito alla Lettura di Malaparte, Mursia, Milano 1977, p. 29).

[7]           Il tema del doppio può essere la chiave interpretativa di alcune tra le figure più importanti della cultura occidentale.  (Cfr. U. CURI, Endiadi. Figure della duplicità, Feltrinelli, Milano 2002).

[8]                C. MALAPARTE, La caricatura di Faust, in L’Europa vivente, Vallecchi, Firenze 1961, pp. 306-314.

[9] C. MALAPARTE, L’Europa vivente, cit., p. 158.

[10] «Il nichilismo è alle porte: da dove ci viene costui, il più inquietante fra tutti gli ospiti?» (F. NIETZSCHE, Frammenti postumi 1885-1887, in Opere, Adelphi, Milano 1975, vol. VIII, tomo I, p. 112).

[11] Così Martin Heidegger commenta il famoso aforisma nietzschiano. Cfr. M. HEIDEGGER, La questione dell’essere (1955-1956), in Segnavia, Adelphi, Milano 1987, p. 337.

[12] «Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia» (Ibidem).

[13] Con queste parole Baudelaire definisce il dandy, figura simbolo della modernità, cfr. C. Baudelaire, Il pittore della vita moderna, a cura di G. Violato, Marsilio, Venezia 2002, p. 63, cors. mio.

[14] C. MALAPARTE, La rivolta santi maledetti, in Opere scelte, cit., p. 8.

[15] C. Malaparte Lana caprina, in «Prospettive», 15 maggio 1940.

[16] Ibidem.

[17] C. MALAPARTE, Mamma marcia, a cura di E. Falqui, Vallecchi, Firenze 1959, pp. 250-253.

[18] Ivi, p. 253.

[19] «Gli uomini dopo il 1914-18, andavano in cerca dell’ordine, della gerarchia, di una architettura dell’ordine. L’hanno cercato, e talvolta trovato, nel fascismo, nel comunismo, nel cattolicesimo. Gli uomini dopo il 1945 non cercano che la solitudine, la libertà, il senso dell’innocenza. Rifiutano ogni ordine antico, vomitano qualsiasi architettura, non sanno che farsene dell’ordine capitalista, comunista, cattolico» (C. MALAPARTE, Diario, cit., p. 251).

[20] Ibidem.

[21] «Gli uomini, i popoli, non credono più al destino dell’uomo. Che l’uomo abbia un destino a parte nella natura, ecco ciò in cui gli uomini non credono più. L’uomo non è che un animale dotato di una ragione diversa da quella degli altri animali» (Ivi, p. 252).

[22] Ivi, p. 251.

[23] Ivi, pp. 252-253.

[24] «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”; che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi si svalutano» (F. NIETZSCHE, Frammenti postumi 1887-1888, in Opere, Adelphi, Milano 1971, vol. VIII, tomo II, p. 12).

[25] C. MALAPARTE, Kaputt, Adelphi, Milano 2009, p. 14.

[26] C. MALAPARTE, Diario, cit., pp. 252-253.

[27] Ivi, p. 250.

[28] Cfr. C. MALAPARTE, Prigione gratis, in «Prospettive», 15 dicembre 1939.

[29] C. MALAPARTE, Diario, cit., pp. 252-253.

[30] Ivi, p. 286.

[31] G. SCARAFFIA, Gli ultimi dandies, Sellerio, Palermo 2002, p. 83; Scaraffia annovera giustamente Malaparte tra gli ultimi dandies, tra coloro che nel secolo della velocità fanno nostalgicamente rivivere il mito splendido e decadente del dandysmo ottocentesco.

[32] «Le dandysme: un culte de la différence dans le siècle de l’uniforme» (R. Kempf, Dandies, Edition du Seuil, Paris 1977, p. 9).

[33] G. SCARAFFIA, Gli ultimi dandies, cit., pp. 190-191.

[34] C. Baudelaire. Il pittore della vita moderna, cit., p. 117.

[35] Ivi, p. 119.

[36] C. MALAPARTE, Kaputt, cit., p. 14.

[37] F. VOLPI, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 3.

[38] Il contrario del dandy di Karl Huysmans, il Des Esseintes di à rebours che, oppresso dallo speen, non accetta la corruzione della mondanità e sceglie una vita di assoluto solipsismo. Per sfuggire alla insensatezza del moderno, si ritira nella sua villa fuori città, tempio privato di puro estetismo, e si autoesclude dalla realtà. Cfr. J.-K. Huysmans, à rebours (1884), tr. it. Controcorrente, Garzanti, Milano 2003.

[39] Malaparte dichiara provocatoriamente: «Ho il più alto disprezzo per i politicanti, di non importa quale partito, […] non mi interesso che alle idee, alla letteratura, all’arte» (C. MALAPARTE, Diario, cit., pp. 137-138).

[40] Lui stesso si sente un vero anarchico, come dichiara in una lettera riportata nell’autobiografia di Guerri: «Emilio Cecchi ha scritto di recente che io sono un anarchico. Oh! Cominciano ad accorgersene, sebbene con un po’ di ritardo» (C. MALAPARTE, Lettera a Anne, 16 aprile 1946, in G. B. GUERRI, L’arcitaliano, cit., p. 250).

[41] G. SCARAFFIA, Gli ultimi dandies, cit., p. 52.

[42] C. MALAPARTE, L’Europa vivente, cit., p. 323.

[43] Malaparte è annoverabile tra gli spiriti liberi, secondo la definizione radicale che utilizza Nietzsche in Umano, troppo umano: «Dalle passioni crescono le opinioni, l’inerzia dello spirito fa irrigidire queste ultime in convinzioni. Ma chi sente di avere uno spirito libero, instancabilmente vivo, può con un continuo cambiamento impedire questo irrigidimento» (F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano 2008, p. 303).

[44] C. MALAPARTE, L’Europa vivente, cit., p. 148.

[45] C. MALAPARTE, Due anni di battibecco, cit., p. 16.

[46] Le sue controversie non si concluderanno nemmeno sul letto di morte, corteggiato indistintamente da cattolici e comunisti, entrambi alla ricerca di una estrema conversione.

[47] «Cosa volete che me ne importi di quello che gli italiani pensano di me? I fascisti mi detestavano, gli antifascisti mi detestano. E allora? È molto significativo che dimostrino tanto interesse per me, sia gli uni che gli altri» (C. MALAPARTE, Diario, cit., p. 78).

[48] «Dai tempi in cui gli uomini erano avvezzi a credere al possesso della verità assoluta, deriva un profondo malessere di fronte a tutte le posizioni scettiche e relativistiche su qualsiasi problema della conoscenza» (F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano, cit., p. 299).

[49] «Molti uomini liberi dei nostri giorni hanno un solo torto: quello di essersi sentiti uomini liberi soltanto dopo la morte di Mussolini. Io mi sono sempre sentito un uomo libero anche quando ero a Regina Coeli o a Lipari. […] La libertà non mi è stata portata in dono dalle baionette inglesi o americane: le quali hanno liberato, in Italia, soltanto gli schiavi, coloro che han natura di servi e servi son rimasti anche in tempi di libertà» (C. MALAPARTE, Don Camaleo, cit., p. 586).

[50] Cfr. C. MALAPARTE, Fughe in prigione. Cfr. anche: «Le tirannie non riusciranno in nessun modo a togliermi una libertà che non ho mai avuto, sempre disdegnando d’essere pubblicamente, non già di sentirmi nell’intimo, un uomo libero» (C. MALAPARTE, Italia barbara).

[51] Una libertà interiore che Malaparte ritrova in Luigi Pirandello: «Fu, nella pratica politica, indotto a compromessi, che del resto rispondevano alle sue profonde e sincere convinzioni, ma nel campo letterario non piegò: fu contro l’impegno, e non mutò il fondo della sua visione della vita, il dubbio rimase il suo Dio segreto, e pubblico» (C. MALAPARTE, Diario, cit., p. 86).

[52] «Non si vuol capire che io sono verso gli antifascisti ciò che sono stato verso i fascisti» (Ivi, pp. 137-138).

[53] U. CURI, Pólemos. Filosofia come guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 13.

[54] Per Nietzsche il vero spirito libero è un nobile traditore: «Liberati dal fuoco, procediamo allora, sospinti dallo spirito, di opinione in opinione, attraverso il mutar dei partiti, come nobili traditori di tutte le cose che in genere si possono tradire – e tuttavia senza un sentimento di colpa» (F. NIETZSCHE, Umano, troppo umano, cit., p. 304).

[55] C. MALAPARTE, L’Europa vivente, cit., p. 336.

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