Law&Order o della verità processuale

Articolo uscito su Il Dubbio il 21 ottobre 2016

“Nel sistema penale, lo Stato è rappresentato da due gruppi distinti, eppure di uguale importanza: la polizia, che indaga sul crimine, e i procuratori distrettuali, che perseguono i criminali. Queste sono le loro storie”.

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Il tradizionale disclaimer che apre ogni puntata di “Law and Order, i due volti della giustizia” è andato in onda per ben 20 stagioni dal 1990 al 2010 (senza contare le infinite repliche in ordine sparso ancora in palinsesto). Si tratta di una delle fiction più longeve (e interessanti) della tv statunitense.

Law and Order, Legge e Ordine, non è soltanto la classica formula repubblicana che descrive la politica conservatrice di un qualsiasi Donald Trump. Ma il titolo della serie creata da Dick Wolf: una pietra miliare del legal drama americano che ha generato ben cinque spin-off ancora in onda e che ha mantenuto un successo di critica fin nelle stagioni della maturità (è stata nominata agli Emmy Award come miglior serie tv per ben 11 stagioni consecutive). Riprendendo la serialità episodica classica, Law & Order rimane ancora oggi uno dei procedural più amati anche dal pubblico della televisione generalista nostrana.

Alla struttura tradizionale che propone episodi rigidamente autoconclusivi e slegati, Law and Order aggiunge un’originale struttura bipartita che riesce a unire in un solo episodio due dei generi televisivi di maggior successo: il poliziesco e il giudiziario. Nella prima parte di ogni episodio, infatti, lo spettatore segue le indagini della squadra omicidi della polizia di New York che arresta un presunto colpevole di un violento reato. Nella seconda parte, invece, entrano in scena gli avvocati della Procura che, in cooperazione con le forze di polizia, si adoperano per farlo condannare in tribunale.

Lo spettatore, insomma, all’inizio dell’episodio assiste alla brutalità del crimine, entra in contatto empatico con la vittima di cui gli investigatori ricostruiscono la vita e le relazioni, segue gli indizi e le prove, si convince della colpevolezza del soggetto arrestato dai poliziotti.

Ma il caso non è affatto concluso e passa nelle mani della Procura. E gli avvocati dell’accusa (con la totale fiducia dello spettatore) si preparano per il processo e tentano di far condannare il colpevole per rendere giustizia alla vittima.

Una netta dicotomia che passa dalle indagini della polizia nel caos di una città dipinta con tinte noir, al pacato distacco necessario per affrontare il processo; dagli esterni di una New York dove domina l’efferatezza dell’azione criminale agli interni serafici delle aule del tribunale; dalle turbolente strade di New York agli ambienti algidi del Tempio della Giustizia.

In questo ritmo serrato, c’è pochissimo spazio per raccontare la psicologia dei poliziotti, la vita privata degli avvocati o l’eroismo iconico dei protagonisti. Non c’è l’avvocato che incastra il colpevole con magistrali arringhe alla Perry Mason. Non c’è il poliziotto bislacco e geniale che consegna alla giustizia l’assassino alla Tenente Colombo. Il vero e unico oggetto della narrazione di Law and Order è l’aspetto tecnico-procedurale, scandagliato con inedito realismo, che conduce dal reato al processo, dal mandato di cattura al verdetto della giuria.

Il successo della serie è fondato sulla solidità di una sceneggiatura di grande qualità che ha la capacità di andare al di là del carisma degli interpreti e di affrontare, rivisitando spesso fatti reali di cronaca nera, questioni morali e risvolti sociali che animano il dibattito pubblico statunitense.

Certo, il punto di vista della narrazione è sempre quello dell’accusa. L’avvocato della difesa è presentato come una figura detestabile che protegge il suo cliente a discapito della giustizia, che utilizza cavilli burocratici per nascondere verità. L’assistente procuratore distrettuale Jack McCoy (interpretato da Sam Waterston) e i suoi colleghi lottano per ottenere punizioni severe per i colpevoli, spinti dallo stesso desiderio di giustizia che muove l’animo dello spettatore che ha seguito i dettagli cruenti del crimine e le accurate indagini della polizia.

Ma l’unico eroe celebrato puntata dopo puntata è il sistema giudiziario statunitense. Un sistema fallibile che spesso si inceppa nei suoi steccati procedurali, ma che resta equo proprio nel momento in cui rimane rigido, nel momento in cui non cede sulle questioni formali. Quando il detective Rivera dice al Procuratore: “Lo sa, McCoy, se uno vuole mettere i cattivi dietro le sbarre deve sporcarsi le mani”. Lui risponde: “Il problema, detective, è che a volte non ci si ferma alle mani”.

La correttezza del procedimento – dalla lettura dei diritti nel momento dell’arresto all’ammissibilità delle prove presentate al processo – non può essere violata, neanche per compiacere la sete di giustizia retributiva dello spettatore che vuole vedere la punizione dopo il peccato, il castigo dopo il delitto. Aspettative che finiscono spesso frustrate da un inevitabile e cinico patteggiamento.

L’astratto binomio conservatore “Legge e Ordine” si infrange nelle mille sfumature e particolarità dei singoli casi. La giustizia ideale deve scendere a compromessi con le sfaccettature della realtà, l’inquietudine della coscienza personale si deve scontrare con la cecità impersonale della macchina giudiziaria. Non c’è la luce chiara e abbagliante della Verità, ma la penombra della verità parziale e attraversata dal dubbio che esce dal processo.

Law and Order diventa quindi un trattato diluito in centinaia di puntate su che cos’è la verità “processuale”, un’approssimazione imperfetta e incompiuta che non coincide mai con la verità “reale”. Invece che nelle aule universitarie, una complessa disquisizione giuridica e filosofica arriva in tutta la sua complessità alle masse televisive, comprese quelle del nostro paese abituate al balletto del giustizialismo del processo indiziario.

E quando il colpevole è dichiarato innocente dall’insindacabile verdetto della giuria, lo spettatore, anche e soprattutto quello italiano, digerisce implicitamente una difficile e sacrosanta conclusione: in dubbio, pro reo. In altri termini, meglio un colpevole libero che un’innocente in prigione.

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