Lo spettro della televisione nel tempio del cinema

di Lucrezia Ercoli (l’Unità 04/09/16)
Uno spettro si aggira nel Tempio del Cinema. È lo spettro della Televisione. Alla 73° edizione della Mostra del Cinema di Venezia sono state proiettate le prime due puntate di The Young Pope, la miniserie televisiva di dieci puntate diretta da Paolo Sorrentino.

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Uno spettro si aggira nel Tempio del Cinema. Tutte le potenze della critica e dei cinefili d’essai sono destabilizzate. Alla 73° edizione della Mostra del Cinema la proiezione più attesa non è quella di un film. In anteprima mondiale sono state proiettate le prime due puntate di una serie tv. È lo spettro della Televisione.

The Young Pope, la miniserie di dieci puntate targata SKY, HBO e CANAL+ diretta da Paolo Sorrentino. Il premio Oscar atterra sul festival più blasonato d’Europa per promuovere una fiction indirizzata al pubblico casalingo della tv.

The Young Pope racconta la storia di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo (interpretato da Jude Law), il primo Papa americano della storia. Non è la prima volta che un Papa diventa una Star dello schermo. Dallo spregiudicato film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che immaginava la crisi di un Pontefice che rifiuta l’incarico e scappa dal Vaticano. Fino all’ultimo film di Daniele Luchetti Chiamatemi Francesco, dedicato alla vita di Bergoglio. Ma il Papa televisivo di Sorrentino è diverso da tutto ciò che lo ha preceduto.

Alla domanda “Chi sei tu?”, Lenny Belardo risponde laconicamente: “sono una contraddizione”. “E che intendi fare?” Pio XIII replica: “La rivoluzione”. Un personaggio disturbante, quindi, in pieno stile Sorrentino, la cui cifra è la contraddizione rivoluzionaria. Una contraddizione esterna, tra le leggi della vita terrena e quelle della vita ultraterrena. E una contraddizione interiore, nel cuore del protagonista, nella continua lotta tra bene e male.

Pio XIII è un’anima pericolosamente duplice: scaltro e ironico, conservatore e moderno, oscurantista e misericordioso, dubbioso e risoluto, manipolatore e onesto. Diabolico e santo.

Alla spregiudicatezza materiale, però, fa da contraltare il “timore e tremore” spirituale dell’uomo che, come Abramo, deve gridare “Eccomi!” di fronte alle richieste del suo Dio. Tutto il dolore – come ricorda a Lenny Suor Mary, interpretata da Diane Keaton – deve passare in secondo piano rispetto alla responsabilità del compito: “Da ora non sei più Lenny, ma sei Papa Pio XIII”.

Sorrentino mette in scena un lacerante duello interiore tra vocazione e tentazione, tra santità e miseria. Come ha dichiarato Jude Law: “Non ho interpretato un Papa. Ma Lenny Belardo, un uomo a cui capita di essere Papa. Un personaggio che dice una cosa e il suo contrario, credendo a entrambe le affermazioni”. Nel sempiterno dilemma tra chi si è e chi si rappresenta.

Ma le contraddizioni del Pontefice, nell’ottica sorrentiniana, non sono altro che il prisma delle contraddizioni della Chiesa, delle debolezze e miserie dei suoi Ministri che manipolano con disinvoltura il potere temporale. Cura delle anime e merchandising papale.

Sorrentino, per trovare un calzante paragone seriale, costruisce un’inedita versione di House of Cards, una Casa Bianca ambientata nelle stanze vaticane. Accontentando l’insaziabile desiderio voyeuristico del pubblico che vuole conoscere i segreti torbidi e inconfessabili di chi detiene il potere terreno e spirituale.

Le prime immagini della serie tengono fede all’estetica di Sorrentino: la bellezza abbacinante di inquadrature spregiudicate, la profondità ermetica della sceneggiatura, il citazionismo postmoderno (simbolica la battuta “mi fanno male i capelli” con esplicito riferimento a Deserto Rosso di Antonioni), l’umorismo macabro e destabilizzante. Fin nel carattere onirico e visionario della narrazione: la serie si apre con un surreale sogno del protagonista ambientato in piazza San Marco a Venezia.

Uno stile inequivocabilmente cinematografico, quindi, che ha il coraggio di avventurarsi nel linguaggio seriale televisivo, che affronta nuove strutture narrative, che espande il tempo e lo spazio dei personaggi, che fraziona e parcellizza la fruizione.

“Il linguaggio della serialità – ha dichiarato il direttore della Mostra spiegando la decisione di ospitare l’anteprima dell’attesissima serie– rappresenta la nuova frontiera espressiva”. L’apertura verso la televisione – ha aggiunto Sorrentino – ha un significato importante perché “riconosce alle serie il giusto ruolo nell’evoluzione del linguaggio visivo. Televisivo, cioè, non è più un aggettivo deteriore senza distinzioni”.

The Young Pope alla Mostra del Cinema di Venezia – qualunque sia il giudizio della critica – segna un punto di non ritorno. Addio rassicurante gerarchia tra grande e piccolo schermo. Addio vecchio e caro Billy Wilder: “adoro la televisione, finalmente c’è qualcosa che il cinema può guardare dall’alto in basso”. L’intellettuale orgoglioso di non vedere la televisione è un lontano ricordo.

Di qui – per chiosare Marx – due conseguenze. 1) La televisione è ormai riconosciuta da tutte le potenze come una potenza: la fiction è un’opera d’arte contemporanea da cui è sempre più difficile prescindere. 2) è tempo che si indaghino apertamente le sue prospettive, i suoi scopi e le sue tendenze.

Alla favola dello spettro, con l’aiuto di Sorrentino, deve sostituirsi un orgoglioso Manifesto: i proletari televisivi non hanno niente da perderci, se non la loro inferiorità.

 

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