C’È UN DIAVOLO IN ME! L’effetto Lucifero dei reality show

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L’articolo è apparso su L’Unità del 13 aprile 2016.
L’idea di vedere – non visti – la vita segreta delle persone e di giudicare – dall’esterno – la loro condotta morale non è una moda solo contemporanea. Le macchiette virtuose e viziose collezionate dai reality televisivi non sono molto diverse dal manicomio di “tipi umani” messi in vignetta da La Sage ne “Il diavolo zoppo” e derisi dai parigini del Settecento.

Un diavoletto brutto e zoppo conduce un giovane e improvvido studente alla scoperta della verità su tutte le cose. “Scoperchierò i tetti delle case e l’interno apparirà ai vostri occhi” promette il diavolo.

E, mostrando l’interno delle case, scoperchia la vita privata dei cittadini: rende visibili – con pacata e ironica indulgenza – tutti i vizi privati nascosti dietro le pubbliche virtù. Mette sotto i riflettori – con bonario moralismo – le bassezze e le debolezze, gli egoismi e le disonestà che normalmente rimangono nella tenebra delle mura domestiche.

Quello appena raccontato non è il format di un nuovo reality show in onda in questi giorni in televisione, ma la trama del romanzo “Il diavolo zoppo” pubblicato nel 1707 dal moralista francese Le Sage. Un incredibile successo editoriale: il voyerismo moralista del diavoletto di La Sage diventa una sorta di gioco di società molto in voga nei salotti parigini dell’epoca.

L’idea di vedere – non visti – la vita segreta delle persone e di giudicare – dall’esterno – la loro condotta morale non è una moda solo contemporanea. Le macchiette virtuose e viziose collezionate dai reality televisivi non sono molto diverse dal manicomio di “tipi umani” messi in vignetta da La Sage e derisi dai parigini del Settecento.

Non è un caso, però, che il protagonista dell’operetta morale di La Sage sia un diavolo. La possibilità di vedere ciò che normalmente rimane celato è un attributo divino (e diabolico). Solo Dio (e il Diavolo) possono avere uno sguardo distaccato sul teatro del mondo e conoscere tutto della nostra vita privata, dei nostri desideri non confessati, delle nostre miserie quotidiane.

Quindi, il reality televisivo non fa che rispondere a un desiderio blasfemo e osceno (oggi alimentato dalla pubblicazione a raffica delle intercettazioni sulla vita privata): essere come Dio (e come il diavolo). La volontà di sapere, la possibilità di profanare le “vite degli altri” – come recitava il titolo di un bellissimo film sulle persone controllate dalle spie della stasi nella DDR degli anni ’80 – provoca un sacrilego e peccaminoso godimento.

Innanzitutto, per citare ancora una volta il diavolo, con il reality si mette in azione il cosiddetto “Effetto Lucifero”. I telespettatori e i protagonisti, cioè, sono simili ai volontari del famoso esperimento psicologico di Philip Zimbardo. Un carcere simulato in cui i volontari hanno un preciso ruolo da interpretare: la guardia o il prigioniero. Ma, nel reality, le guardie del finto carcere di Zimbardo siamo noi: persone normalissime che – con in mano un manganello, un telecomando o un iPhone – possono diventare sadici carcerieri.

Non è la televisione che corrompe la nostra natura innocente. Tutti possiamo (e vogliamo) diventare Luciferi. Proviamo un crudele piacere di fronte alle situazioni di pubblico ludibrio e popolare umiliazione a cui sono “costretti” i protagonisti dei reality e dei talent, nessuno escluso – da Hell’s Kitchen a Amici di Maria de Filippi, dal Grande Fratello all’Isola dei famosi. Se non possiamo essere carcerieri in una vera prigione, possiamo vivere un surrogato di questa esperienza comodamente dal nostro divano.

Ma la gogna mediatica dei protagonisti del reality – è controllata e voluta, scelta e non subita. Sadismo degli spettatori e masochismo dei protagonisti. In una casa infernale, i cui inquilini si torturano a vicenda, si tormentano con domande impudenti, giudizi denigranti e accuse infamanti. Un inferno sotto telecamere e riflettori da cui nessuno vuole uscire. Anche gli stessi protagonisti del reality, quindi, sono luciferini: archetipi di istinti umani e bestiali. Sembra la trama della trasposizione contemporanea dell’opera teatrale di Sartre “A porte chiuse”. L’inferno sono gli altri, chioserebbe l’autore.

L’isola dei famosi – in onda in queste settimane – è una perfetta sintesi di questo inferno sulla terra (o meglio, su un’isola). Il format è una sapiente miscela di arcaico e contemporaneo: la foresta selvaggia e lo studio patinato. Sulla novella zattera di Géricault, quella del naufragio della fregata francese Méduse, ci sono personaggi pseudo-famosi che si riducono a relitti umani.

Ventura_IsolaUna parodia postmoderna de “Il signore delle mosche” in cui un gruppo di civilissimi ragazzini doveva sopravvivere su un’isola deserta dopo aver fatto naufragio. Anche sull’isola dei famosi, infatti, è ‘bellum omnium contra omnes’, guerra di tutti contro tutti. Per superare le prove fisiche e psicologiche imposte dal pubblico e dalla produzione, si scatena la primordiale lotta per la sopravvivenza. Il pubblico attende, ogni lunedì, la lotta nel fango dei concorrenti, le prove di forza sempre più massacranti. Un piccolo prezzo da pagare per rimanere in gara.

E non lasciano il segno le critiche moraliste piovute dai giornali sulla deriva trash del programma che, tra insulti e volgarità, si è trasformato in un dilettantistico Hunger Games all’italiana. La lotta, con buona pace dei commentatori scandalizzati, continuerà fuori dal reality, nel disperato tentativo di non disperdere la fama acquisita. Nella vana speranza di sfuggire alla sorte dello Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot, uscito da una comparsata “Buona Domenica” ed entrato nel mondo della criminalità.

Insomma, tutti diavoli i telespettatori e i protagonisti dei reality? Di certo, se di umano godimento si tratta, è difficile e pericoloso limitarsi a giudicare dall’esterno, da un’imparziale e immune turris eburnea. Meglio provare a capire come funziona questo umano piacere coinvolto nella macchina di narrazione e vita rappresentata dal reality televisivo. Imitando Jacques Derrida che in Ecografie della televisione sosteneva: “Guardo molto la televisione sia perché mi affascina sia perché, al contempo, provo ad analizzare questa fascinazione, cercando di sapere cosa accade dall’altra parte dello schermo”. In altri termini, se la dicotomia tra realtà e fiction è definitivamente crollata e siamo imbarcati nella tempesta mediatica, meglio reggere il timone della nave, piuttosto che fingere di non essere tra i flutti.

Come funziona, quindi, il piacere del reality show? Qual è il meccanismo narrativo di questo godibile gioco al massacro, tra sadismo e masochismo?

Niente di troppo diverso dal principio della catarsi della commedia e della tragedia antiche. In fondo, l’espiazione dei peccati della comunità è sempre avvenuta tramite un sacrificio, tramite l’uccisione di un capro espiatorio. Il reality non è altro che una forma di eucarestia profana in cui siamo, contemporaneamente, vittime e carnefici. Una narrazione sacra in cui siamo liberati e perdonati dalle nostre colpe e dai nostri peccati.

Sappiamo che i personaggi che agiscono sul palco (e sullo schermo) non sono “veri”, ma questo non diminuisce l’intensità dell’identificazione. Sappiamo di essere colpevoli degli stessi mali che sono puniti sullo schermo. I personaggi sono avatar dei nostri peggiori istinti e debolezze. Il concorrente soffre per i nostri peccati ed è sacrificato sull’altare del teleschermo.

Un’esperienza mediata di crudeltà e umiliazione. Un laico esorcismo che proietta all’esterno i nostri peggiori istinti e le nostre segrete paure. Una salvezza luciferina che implica il piacere della crudeltà: la loro umiliazione è la nostra salvezza. Attraverso la catarsi televisiva, il mondo – per un attimo – sembra tornare in un tranquillizzante ordine etico e morale.

Ma, attenzione, non c’è differenza qualitativa tra carnefici e vittime. Dal centro del Panopticon (o dello studio televisivo che dir si voglia), possiamo essere sbalzati nel mezzo della foresta tra le fiere selvagge. Simona Ventura docet. Dal conduttore al naufrago non c’è che non passo.  Siamo tutti imbarcati, come dice Pascal, talvolta nella parte del carnefice, talvolta nella parte della vittima.

Tocca a tutti, prima o poi, ammettere con Zucchero Fornaciari: c’è un diavolo in me!

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