Idi di Marzo: Cesare e l’enigma del potere

Marlon_Brando_interpreta_Marco_Antonio.jpgL’articolo è apparso su L’Unità dell’15 marzo 2016.
Dobbiamo guardarci anche noi dalle “Idi di marzo”? Dobbiamo ascoltare gli oscuri ammonimenti dell’aruspice Spurinna o possiamo prenderci gioco dei nefasti presagi di sciagura che sempre precedono le giornate segnate dal destino?

La mattina del 15 marzo del 44 a.C. Giulio Cesare si presenta di fronte al Senato nella sala delle assemblee del Teatro di Pompeo. Ad attenderlo i congiurati, guidati da Bruto e Cassio. Senza esitazione lo aggrediscono e lo colpiscono a morte con 23 coltellate.

Orrore, orrore! I senatori sbandano e scappano terrorizzati, consapevoli di aver assistito a un evento irreparabile.

Giulio Cesare si accascia esanime ai piedi della statua di Pompeo. Le 23 coltellate modificano in modo indelebile i destini del mondo. Segnano la fine della Repubblica romana e aprono le porte all’impero dei Cesari. Bruto e Cassio non riportano l’ordine e neanche il caldo e copioso sangue del dittatore può rianimare la virtù del ‘temporis acti’.  Un atto eclatante a cui stentiamo ancora a credere. Libertà e tirannia, nobiltà e democrazia si sono incrociate in un luogo e in un gesto; e da lì per sempre si sono separate. Ecco perché la ricostruzione del cesaricidio è riportata nei minimi dettagli da molte fonti antiche, dalle biografie dei Cesari di Svetonio alle Vite Parallele di Plutarco. Il tirannicidio delle Idi di marzo è un gesto allegorico il cui ricordo ancora oggi ci parla.

La congiura di Bruto e Cassio elegge a icona intramontabile la figura emblematica  di Giulio Cesare, ambizioso tiranno ed eroe democratico. La forza archetipica di questo evento esce dai libri di storia per entrare nel mondo senza tempo del mito.

Il 15 marzo di ogni anno lungo la Via Sacra l’ara dove fu arso il corpo esanime di Giulio Cesare si ricopre di fiori e di messaggi portati spontaneamente da pellegrini provenienti da tutto il mondo come sulle tombe delle icone pop contemporanee.

Nella figura di Giulio Cesare, come raramente è accaduto nelle vicende del mondo occidentale, si incarna l’enigma del potere, il suo fascino radioso e il suo esito tragico. Chiunque voglia ricostruirne la biografia si imbatte in un ineliminabile cono d’ombra che impedisce di cogliere il profilo definitivo di un uomo sfuggente.

Chi è allora Cesare? Colui che, giovanissimo, si commuove di fronte all’immagine di Alessandro Magno, che spera di imitarne le gesta, spinto dalla stessa ambizione e dalla stessa irrequietezza; da quel sentimento che i greci chiamano “pothos”, il desiderio smanioso e malinconico che è destinato a rimanere insoddisfatto.

Il ‘nomen omen’, il nome cesare di origine etrusca che significa grande. Uno dei più grandi condottieri della storia, che opera la romanizzazione e la civilizzazione dell’Europa e del Mediterraneo, di un enorme territorio che arriva in Britannia, Germania, Spagna, Grecia, Egitto, Ponto. Il capo carismatico che in ogni battaglia condivide le decisioni con i legionari e trasmette in tutti un’invincibile adesione alla mission.

L’autore dei Commentarii, che – persino per il suo acerrimo nemico Cicerone – “si devono assolutamente ammirare: nudi, scarni e belli, spogliati di qualsiasi ornamento oratorio come un corpo della sua veste”.

L’uomo di rottura che spezza per sempre l’equilibrio del ‘senatus populusque romanus’. Il politico del partito dei populares, che mette fine alla sacrale esperienza repubblicana destinando all’impotenza il glorioso Senato dell’Urbe e ponendo i fondamenti dell’impero.

Uno spietato conquistatore o un raffinato politico? Un aristocratico ambizioso o un democratico capopopolo? Un fine intellettuale o un crudele dittatore? Un carnefice spietato o una vittima sacrificale?

Il fascino che Giulio Cesare esercita ancora oggi nel mondo occidentale si cela in questa ambiguità contraddittoria. Le Idi di marzo – il giorno in cui il tiranno è abbattuto o il giorno in cui un grande uomo viene tradito – irradiano una luce che racchiude tutti i bagliori della modernità: il gioco del potere non conosce conciliazione, si basa sull’irriducibilità tra le parti in lotta, sulla dialettica conflittuale che governa la storia.

Raramente un evento storico continua a dividere a distanza di secoli, Da un lato gli ammiratori dell’individuo cosmico-storico, destinato a cambiare le sorti del mondo. Dall’altro i sostenitori del tirannicidio, dell’atto fondante dell’occidente democratico.

Dante nella Divina Commedia posiziona Cesare nel Limbo mentre i tirannicidi rimangono nei gironi più bassi dell’Inferno, simbolo del tradimento insieme a Giuda. Petrarca nel De virus illustribus esalta la figura di Cesare come fondatore dell’impero romano, partecipe della volontà della Provvidenza che diffonde il cristianesimo.

Mentre il mondo rinascimentale e illuminista celebra Bruto come difensore delle istituzioni repubblicane e attacca Cesare come tiranno. Dal Bruto michelangiolesco, nobile e altero, novello David, giustiziere di tiranni, commissionato nel 1538 dal repubblicano Giannotti per commemorare l’omicidio di Alessandro de’ Medici da parte di Lorenzino (detto Bruto nuovo). Al settecentesco Bruto secondo dell’Alfieri che celebra l’ideale eroico del singolo che si oppone al tiranno, combattuto tra affetti e ragione di stato.

Alla lista degli esegeti non si sottraggono i bonapartisti. Napoleone e suo nipote Napoleone III rilanciano la figura del grande legislatore. Hegel vi vede l’incarnazione dello spirito della storia; Leopardi invece compiange il Bruto sconfitto che guarda la luna zitta di fronte al sangue sparso repubblicano.

Ma rimane Shakespeare il vero interprete del dramma del potere che si consuma in quelle fatidiche Idi di marzo del 44 a.C. Nel suo Giulio Cesare tratteggia la crisi dell’universo che si incarna in una tragedia umana.

Il cesaricidio racchiude in se una violenza edificante, un assassinio costituente dell’Impero Romano, la messa a morte del capro espiatorio che dovrebbe porre fine alla violenza. Ma ripropone soltanto i dubbi e le contraddizioni dei momenti più alti dello spirito, dell’uomo moderno di fronte alla sua responsabilità. Non è forse il ‘cesarismo’ un passaggio obbligato nell’eterna transizione della società contemporanea?

Sarà forse per questo che il mitico globo con le ceneri di Cesare ha per secoli sovrastato la punta dell’obelisco egizio che domina Piazza San Pietro?

Il mito di Cesare, insomma, non muore il 15 marzo. Diviene una personalità iconica della cultura occidentale che ha esercitato, e continua ad esercitare, un fascino ammaliatore. E se la prima volta è apparso come tragedia shakespeariana, la seconda è tornato come successo hollywoodiano.

La storia di Cesare – attraverso le immagini romanzate della narrativa e del grande schermo – acquisisce una potenza evocativa e paradigmatica ineguagliabile. E a poco servono gli anatemi lanciati dagli storici che, dalla loro turris eburnea, tentano di negare il rilievo culturale di questi fenomeni cinematografici e televisivi di successo. A poco servono le proteste dei puristi indignati che gridano al tradimento di fronte agli errori storici dei colossal hollywoodiani.

“Tutto ciò che sappiamo su Roma l’abbiamo imparato a Hollywood”, scrive Roland Barthes. E nei suoi “Miti d’oggi” si attarda nell’analisi di uno dei film che più ha segnato il nostro immaginario sulla Roma antica: il  “Giulio Cesare” del 1953 diretto da Joseph L. Mankiewicz. Un meraviglioso adattamento cinematografico dell’omonima tragedia di Shakespeare. Con un indimenticabile Marlon Brando nei panni di Marco Antonio.

L’analisi semiologica di Barthes ci ricorda come la molla dello spettacolo hollywoodiano sia racchiusa nel “segno”, nel particolare mostrato con artificiosa naturalezza. L’insegna della romanità del film di Mankiewicz, infatti, è racchiusa in indizi riconoscibili: i romani sono romani perché hanno la frangia sulla fronte, i romani sono romani perché sudano copiosamente. In questi sintomi eccessivi e pretenziosi si racchiude la moralità del romano hollywoodiano. Lo stesso sistema utilizzato oggi dai Fratelli Coen, che, nel film “Ave, Cesare!”, rovesciano i “segni” cinematografici in una parodia sarcastica sulla fabbrica delle illusioni del cinema storico degli anni ’60.

Insomma – tra storia, filosofia, teatro e cinema – che cosa dobbiamo ancora ‘guardare’ nelle Idi di marzo? Parafrasando Cicerone: “è morto Cesare, è rimasto il Cesarismo”. L’inevitabile personalizzazione del potere e l’odio che tale personalizzazione porta con sé. In una lotta politica cruenta in cui nessuna delle parti può dichiararsi innocente. Dove il posto della narrazione – storica, filosofica, artistica – è sovrano: l’unica che può elargire il senso morale a vicende immorali.

Tornano in mente le parole di Goethe che Nietzsche cita nel suo libello Sull’utilità e il danno della storia per la vita: “mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività”.

Abbiamo bisogno di storia “per la vita e per l’azione” nella maniera opposta a quella dell’ozioso “raffinato nel giardino del sapere” per rintracciare gli archetipi culturali e le connessioni carsiche che percorrono la contemporaneità e orientano i nostri comportamenti.

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