Sanremo e la sintesi degli opposti

festival-di-sanremo.jpgArticolo apparso su l’Unità il 3 febbraio 2016

“Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai. Chiamami tormento dai”. Le parole di Mina e Alberto Lupo sono perfette per descrivere il tormentone inesorabile e ripetitivo rappresentato da Sanremo e dalla sua critica.

Ogni anno si chiude l’inverno con il secolare rito di apertura dell’anno italico. A questo “buon giorno Italia” si danno appuntamento tutti gli speleologi dell’antropologia popolare, tutti i palombari della società di massa. L’appuntamento più seguito della televisione italiana è il fegato perfetto per gli aruspici della cultura pop; i fondi del caffè che predicono lo stato di salute della penisola.

Parodia contemporanea del mito della conoscenza: il pubblico che segue lo spettacolo di “ombre” in poltrona e l’intellettuale che esce dalla scatola del televisore, moderna e tenebrosa caverna contemporanea.

L’apripista è stato Gianni Borgna, il più acuto “palombaro” che abbia indagato l’antro Sanremese con il suo “La grande evasione” dell’80: spregiudicata intelligenza, egemonia gramsciana e cultura di massa nazional popolare per raccontare il costume italiano attraverso il festival; una assoluzione politica all’ergastolo chiesto per il Festival dall’establishment culturale.

Da allora si aggirano trasversali, dal bar all’accademia, le molte fenomenologie di Sanremo che proliferano ogni anno tra televisione, radio, web e carta stampata. Il catalogo si apre senza dubbio con un tema ontologico, l’assunto dell’identità nazionale: il festival della canzone italiana è la cassaforte della più autentica e originaria italianità.

Una patente meritata sul campo fin dalla nascita: la prima edizione, nel 1951, inventa letteralmente il nuovo immaginario collettivo del secondo dopoguerra, il contraltare speculare di quello duro e guerriero del ventennio fascista, un peana ai disvalori dell’Italia “molle”, dell’Italia patetica, lirica e sentimentale.

L’elogio del mandolino che è rimasto immutato nelle aspettative e nelle richieste internazionali: gli stranieri cercano nella nostra musica – e, quindi, in Sanremo che è ne è l’epifenomeno – l’italianità, la cifra di ciò che è tipicamente locale, il vero antidoto alla globalizzazione musicale.

Da Tokio a Mosca risuona l’immortale ritornello di Toto Cutugno: “lasciatemi cantare con la chitarra in mano, io sono un italiano, un italiano vero”.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Le aspettative nostrane, cioè, sono inversamente proporzionali a quelle del pubblico estero. Gli italiani reclamano una buona dose di apertura e di accoglienza alle novità d’oltralpe e alle mode esterofile. D’altronde il festival sanremese – con la nascita del divismo e i suoi ospiti internazionali – è stato un veicolo indispensabile per sprovincializzare i costumi degli italiani: generazioni di spettatori hanno avuto accesso, per la prima volta, a uno star system apolide e avanguardistico rispetto alla ristrettezza paesana.

Il secondo assunto della fenomenologia sanremese è lapidario: il festival della canzone italiana è la cartina di tornasole del momento storico, il sismografo capace di intercettare lo spirito del tempo.

Un assunto non lontano dalla verità. In effetti, bisognerebbe parlare di Sanremo al plurale: ogni generazione ha il suo festival, ogni decennio ha le sue canzoni simboliche, ogni cesura storica ha i suoi scandali sanremesi.

I festival degli anni ’60, per esempio, rimangono gli epigoni di una lunga stagione d’oro in cui prodotto artistico, mercato della canzone e richieste dei consumatori coincidevano armonicamente. Il consumatore, cioè, si riconosceva pienamente nell’offerta musicale proposta da Sanremo perché in Italia c’era un solo linguaggio comune: quello della RAI. Prima del ’68 confluiscono a Sanremo le vocalità e gli argomenti che daranno vita alla disordinata stagione degli anni ’70. Il boom economico e la contestazione si plasmano anche sul palco dell’Ariston. E oggi il festival non può che aprirsi alle nuove generazioni educate da internet e dai talent show, intercettando vincitori e personaggi da Amici di Maria De Filippi e da X Factor.

Quella di Sanremo, insomma, è una vera “vita spericolata” – come quella che cantava Vasco Rossi, sullo stesso palco, nel 1983 – capace di non dormire mai e di risorgere dalle sue ceneri. Sanremo è morto, viva Sanremo!

Ma, di nuovo, è vero anche il contrario. Il linguaggio con cui Sanremo si esprime, quello delle canzonette, è un linguaggio iconico, senza tempo e senza bandiera. I cantati pop, cioè, non sono altro che dei menestrelli contemporanei, inconsapevoli narratori di archetipi universali e sempiterni.

Perfino Pierpaolo Pasolini, che pure ha polemizzato duramente con la sottocultura sanremese e televisiva, ammette che “le intermittenze del cuore più violente, cieche, irrefrenabili sono quelle che si provano ascoltando una canzonetta”. O Federico Fellini che, in una delle ultime interviste, si ritiene “convinto che se alla fine della nostra vita ci fosse consentito di dire qualcosa, se fossimo veramente sinceri, canteremmo una canzonetta, come riassunto di tutta un’esistenza”.

Insomma, la canzonetta è un linguaggio fuori dal tempo, universale e singolare allo stesso tempo: ripete un banale e commerciale cliché (che ritorna immutato, oggi come ieri) eppure è unica e personale per chi la ascolta. I tormentoni musicali – sostiene il filosofo musicologo francese Peter Szendy nel suo “La filosofia del Jukebox” – sono “inni capaci di veicolare un’intimità inconfessabile e singolare, pur essendo al tempo stesso delle merci musicali perfettamente comuni, assolutamente equivalenti e indifferenti”.

D’altronde, Marcel Proust aveva profetizzato: “Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Il suo posto, nullo nella storia dell’arte, è immenso nella storia sentimentale della società”.

Insomma: storia del sentimento o storia della musica; identità nazionale o apertura esterofila; reiterazione degli stessi modelli sociali o trasgressivi cambiamenti storici? Reazione o rivoluzione? La risposta, appunto, è una e una sola: Sanremo o della sintesi degli opposti.

La ricetta di Sanremo, cioè, è proprio questa: l’inclusione, l’unione di tutto e del contrario di tutto. Ma questa ricetta teorica ha bisogno di un demiurgo che ha l’onere di metterla in pratica: il conduttore. Il presentatore, infatti, è colui che letteralmente deve “cum ducere”, guidare unite queste anime contrastanti. Da Pippo Baudo a Carlo Conti: il nazional popolare deve evolversi in una formula che riesca a innovare (senza troppo modificarli) i modelli iconici della tradizione televisiva italiana adattandoli all’audience contemporanea. La tradizione, cioè, deve essere al passo con i tempi.

A Sanremo, quindi, tocca comporre questa discordante armonia di contrasti: gli interessi discografici con i dati auditel; il consenso unanime del pubblico generalista con qualche scabrosa polemica, la temperata novità degli inediti con la riconoscibilità nostalgica delle cover.

Ma una pacificazione che include richieste opposte non prevede un fuori. Dentro lo spettacolo c’è già tutto: ciò che è considerato normale e ciò che non lo è; ciò che è popolare e ciò che è indipendente; le pop star e gli intellettuali. Apocalittici e integrati si trovano sullo stesso palco. E in una società che è perennemente divisa tra guelfi e ghibellini, tra corrotti e indignati, Sanremo simboleggia l’ancora di salvezza, la bandiera bianca della conciliazione.

Per questo non ci si stanca mai di farne la fenomenologia. Non è soltanto un evento mediatico tra gli altri, ma un inimitabile assemblaggio estetico nazional popolare che compendia il piccolo mondo antico e le istanze del mondo globalizzato, che mescola un po’ di nostalgia e un po’ di avanguardia. Come ha scritto Umberto Eco nella sua cronaca del Festival per l’Espresso nel 1967, l’anno della canzone di protesta e della vittoria di Claudio Villa, Sanremo funziona “per il mercato della pace, senza dispiacere a quello delle rose”.

Questo pastiche sanremese, però, non è un’asettica operazione di marketing televisivo, ma una ben più profonda esigenza di una società che deve convivere con profonde e insanabili contraddizioni. Una traduzione nazional popolare dell’aurea mediocritas oraziana: una sana e desiderabile moderazione che tempera gli eccessi. La mediocritas di Sanremo sta nel giusto mezzo tra l’ottimo e il pessimo, in una ricerca affannosa della mediocrità che cerca di trovare un equilibrio tra l’eccellenza e il trash.

Parafrasando il Carmelo Bene di un memorabile Maurizio Costanzo Show del 1994: “Se non ci pensa Sanremo alla mediocrità, chi ci pensa?”

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