La Forza della Filosofia

di Caterina Grignani

Intervista  apparsa su Repubblica Sera il 4/01/2016

Foto testo«Sporcare la filosofia con ciò che ci piace, con le canzoni, le icone pop ma anche le serie o Star Wars». È questo il metodo di salvataggio per la filosofia in cui crede Lucrezia Ercoli, filosofa, convinta che il rischio di semplificazione è il rischio da correre per non chiudere la speculazione in una torre d’avorio.

Insegnare la filosofia attraverso la cultura pop è possibile o si rischia di semplificare? E legare i grandi temi metafisici a Star Wars o alle serie tv ha senso?

È un progetto che va avanti da cinque anni, noi lo attuiamo con le rassegne filosofiche di popsophia ma anche nelle scuole. È semplice, si collegano le grandi domande con i temi presenti nelle opere pop. In Star Wars c’è il bene e il male, la luce e il lato oscuro. Noi dedichiamo il prossimo festival di Popsophia – che si svolgerà a Pesaro dal 14 al 17 luglio – proprio al tema del “Ritorno della Forza”. Oppure Il trono di spade può esemplificare la riflessione sul potere. Nelle scuole è un metodo che ha successo, anche se per ora riusciamo ad attuarlo con i professori più illuminati.

Ma il collegamento pop è solo per iniziare, per far partire la scintilla, oppure è possibile imparare la filosofia senza dannarsi sui testi ostici?

È un metodo che si può applicare a vari livelli. L’esemplificazione non può certamente valere per tutto  ma è utile per temi particolarmente complessi. Ed è anche possibile il percorso inverso: l’analisi delle espressioni artistiche e culturali contemporanee attraverso le categorie del pensiero critico. In fondo questa è un’idea antica, anche i filosofi si interessavano alle forme d’arte della loro epoca. Non vedo quindi controindicazioni nell’analisi di film o delle serie.

Cioè?

Esiste un corso ad hoc che si chiama estetica e filosofia della serie tv, sono gli autori e i registi i grandi narratori delle nostra epoca. Sono loro che ci aiutano a capire il presente.

Ma non sono espressioni un po’ troppo legate a logiche di mercato? I telefilm finiscono con una suspense esagerata per assicurarsi che lo spettatore/cliente sia lì anche il giorno dopo.

Sì certo ma più che un limite mi sembra un fattore da analizzare. In fondo anche Walter Benjamin lo aveva fatto ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Noi pensiamo anche in base al medium al quale il nostro pensiero è destinato, pensiamo al cambiamento avvenuto dalla Tv ad Internet, se prima un film durava un’ora e mezza oggi, con le serie, la narrazione può arrivare anche a 120 ore. La suspense è uno strumento narrativo antico, c’era già nelle regole della narrazione di Aristotele. Il bisogno di suscitare pathos è senza tempo.

Il rischio della troppa semplificazione però è dietro l’angolo.

Sì è vero ma pop filosofia non significa che tutti sono filosofi o che qualunque cosa sia portatrice di un significato profondo. Il rischio c’è ma serve a slegare la filosofia dall’accademia. Bisogna farci i conti perché la filosofia è una disciplina che per vocazione si propone di parlare con tutti. La pop filosofia è per tutti e per nessuno potremmo dire parafrasando Nietzsche.

A proposito di manifestazione pop, c’è un legame tra pensiero e musica?

Sì e serve a far sporcare la filosofia con ciò che ci piace, a risvegliare l’interesse. I filosofi della nuova generazione legano il pensiero alla musica già da tempo. La formazione sentimentale dei giovani di oggi non passa per i romanzi di formazione ma attraverso le canzoni e i personaggi, i cantanti di oggi sono icone quasi mitiche. Barthes se scrivesse oggi i Frammenti di un discorso amoroso ci metterebbe anche qualche canzonetta. Non è un qualcosa di troppo recente: anche nei contenuti di Jim Morrison scoviamo tracce di Sartre o Nietzsche.

Qui l’intervista completa

 

 

 

 

 

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